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Il coraggio di Enrico Letta contro la viltà di tanti

Giampaolo Pansa

Il premier accetta una sfida impossibile: impedire il crac e ritrovare la concordia. Ma i partiti fanno di tutto per tagliargli le gambe

Andrea Tempestini
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  di Giampaolo Pansa Ricordate il grande titolo di Libero di venerdì scorso? Diceva: «Letta non dura». Quando l'ho visto mi sono chiesto se fosse una constatazione o un auspicio. Poi ho pensato: «Con questi chiari di luna, Maurizio Belpietro non può essere tanto autolesionista da desiderare la caduta di un governo appena messo in piedi attraverso mille difficoltà!». Infatti la lettura del suo articolo di fondo mi ha confermato che quelle tre parole riassumevano le previsioni che corrono tra i politici, una Casta sempre più nevrotica.  Non mi meraviglia che in Parlamento ci siano decine e decine di  signore  e signori animati da un solo desiderio: vedere Enrico Letta e i suoi ministri andare gambe all'aria. Lo sappiamo da un pezzo che la specialità nazionale, il famoso Italian job, è quella di scavarsi la fossa da soli. Di certo non tutti i politici si comportano così. Ma la sensazione che ispira il Palazzo è che nessun progetto possa mai essere portato a termine perché gli ostacoli sono troppi e la buona volontà troppo poca.  Il risultato è la conferma dell'immagine che hanno di noi molti osservatori stranieri: l'Italia è un paese impotente e arretrato. Meglio che l'Europa lo lasci andare alla deriva. E se risulterà proprio necessario dargli una mano, bisognerà farlo soltanto quel poco che gli impedisca di diventare un minaccia per l'economia del continente. Questo è quanto mi viene detto e ridetto da giornalisti stranieri ogni volta che il discorso cade su di noi. Mi capita di vederne spesso in Toscana dove vivo. E confesso che preferirei non incontrarli.  Del resto, come potrebbe essere diverso il loro giudizio? Giorno dopo giorno, stiamo vivendo una storia surreale che vale la pena di ricordare in estrema sintesi.  Febbraio 2103: elezioni senza un risultato certo. Inutili tentativi del Pd, nella persona  di Bersani, per costituire un governo con Grillo. Il Palazzo precipita nel marasma. Grazie a Santa Scarabola, la santa delle imprese impossibili, al Quirinale c'è Napolitano. Ha già preparato il trasloco, ma accetta di farsi rieleggere. E impone la nascita di un governo che veda insieme il Pd e il Pdl, o se vi piace di più il Pdl e il Pd.  A Palazzo Chigi arriva Enrico Letta. Qui debbo fermarmi per ribadire la mia gratitudine di italiano a questo leader politico coraggioso che ha deciso di non tirarsi indietro e di accettare un compito quasi impossibile. Non è soltanto quello di impedire il crac economico e sociale dell'Italia, ma di aiutare il paese a ritrovare un minimo dipacificazione e di concordia. Per non precipitare nel baratro dell'anarchia e del disordine senza scampo.  Letta dovrebbe essere portato sugli scudi dai quattro quinti dell'opinione pubblica italiana. E dai cinque quinti dei politici. Invece accade l'esatto contrario. Il Palazzo dei partiti, dei media, della cultura ha già iniziato a fare di tutto per tagliargli le gambe. È necessario un minimo di concordia? Gli viene offerto soltanto il veleno della discordia. È indispensabile salvare la barca dove stiamo tutti? Macché, si fa l'impossibile per affondarla.  Quando osservo le mosse delle due grandi aree politiche italiane, vengo preso dalla disperazione. La sinistra sta alla canna del gas e si aggrappa all'unica ideologia che gli è rimasta: l'illusione di essere migliore e diversa dell'avversario, identificato ancora una volta in Berlusconi. E lo stesso errore imperdonabile fa un giornale muscoloso come Repubblica che si è dato una nuova missione: guidare non più un partito in disarmo, ma una metà della nazione. E sempre contro l'odiato Caimano.    La destra commette l'errore uguale e contrario. Il Cavaliere è convinto di vincere la prossima partita elettorale. Considera il governo Letta un incidente  provvisorio. Gli mette di fronte la trappola dell'Imu. E pretende che la propria incauta promessa elettorale, la restituzione a tutti della tassa sulla casa, venga subito realizzata. Ha incaricato il più talebano dei suoi parlamentari, Brunetta, di lanciare un aut aut: «Via l'Imu, il governo c'è. Se l'Imu resta, il governo non c'è più». Inoltre, per fare bingo, Berlusconi vuole guidare la Convenzione per le riforme costituzionali.  Una parte della Casta non si è ancora resa conto di scherzare con il fuoco. È un gioco da bambini immaginare che cosa accadrebbe se il governo Letta cadesse. Provo a riassumerlo così. Napolitano potrebbe dimettersi all'istante, non appena sciolto il Parlamento appena eletto, provocando una catastrofe istituzionale. Verrebbero indette nuove elezioni politiche. Con quale legge? Nessuno lo sa. Chi vincerebbe? Forse il centrodestra, ma sullo sfondo di un collasso del paese. Lo choc economico, sociale e morale diventerebbe insopportabile. Nel frattempo i mercati finanziari ci salterebbero addosso, pronti a spolparci.  A quel punto ci troveremmo alle prese con una domanda fatale: per quanto tempo reggerebbe la baracca? Intendo dire il sistema nel suo complesso. Le possibilità di lavoro, la solidità delle aziende e delle banche, la sicurezza dei risparmi, il corso normale delle nostre vite. Esagero? Temo proprio di no.  La storia ci insegna che quando una nazione collassa, emerge con prepotenza cattiva tutto il peggio che prima stava nascosto nelle cantine. Ossia nei bla bla di piccoli gruppi antagonisti e violenti, nei vaneggiamenti di ideologi da strapazzo, persino negli isterismi privati. Non sto parlando della ditta Grillo & Casaleggio. Rispetto agli spiriti malvagi che vedremo spuntare, le Cinque stelle risulteranno una forza costituzionale.   Qualcuno mi chiederà: che cosa immagina il Bestiario? Mi guardo bene dal dirlo. Ne ho scritto troppe volte su Libero. E in epoche diverse che non mi inducevano ad avere la paura che provo oggi. In questo maggio 2013 vedo affollarsi troppi vampiri pronti a succhiare il sangue dovunque e a chiunque. Con la complicità di un'invenzione positiva, ma che rischia di farsi  diabolica. È il web, ormai diventato un'arma micidiale per colpire un avversario e rendergli difficile vivere e lavorare.   Ho letto con angoscia quanto ha raccontato a Concita De Gregorio di Repubblica la presidente della Camera, Laura Boldrini. Le arrivano di continuo minacce di morte, di stupro, di tortura. Fotomontaggi orrendi. Il suo volto sorridente sul corpo di una donna violentata da un uomo di colore. Il suo viso sul cadavere di una donna sgozzata, con il sangue che riempie un catino posato per terra. E una bufera continua di messaggi ripugnanti.   È troppo facile cavarsela dicendo che saranno le imprese di ultrà di sinistra, in fondo elettori che hanno votato la signora Boldrini. O al contrario che si tratta di estremisti di destra, neonazisti, gruppuscoli neri. Fanatici che non vogliono vedere «una comunista» alla presidenza della Camera.  La verità è ben più pesante: l'Italia di oggi è anche questa, purtroppo. Migliaia di maniaci che sfogano al computer le loro fissazioni e danno corpo ai fantasmi scaturiti da menti malate. Fossero soltanto dei perdigiorno. Qui siamo di fronte a una corruzione profonda dell'anima di un'Italia che credevamo bonacciona, conciliante, disposta all'accordo.  Se la signora Boldrini si trova alle prese con questi veleni, e a lei va tutta la mia solidarietà, figuratevi i problemi di Enrico Letta. Che cosa posso fare per aiutarlo, se non pagare le tasse sino all'ultimo euro ed evitare di segargli le gambe con quel che scrivo? Ben poco. Non mi resta che stringergli la mano. E ammirarlo per il coraggio che dimostra. Un virtù rara, in mezzo alla viltà cinica di tanti.  

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