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La condanna politica delle toghe:"Cav, un presidente corruttore"

Silvio Berlusconi

Duecento pagine per dire che l'ex premier "non poteva non sapere" e i pm hanno sempre ragione. Da Tortora in poi non è cambiato nulla

Andrea Tempestini
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di Maria Giovanna Maglie Il Cav con sprezzo del pericolo le chiama motivazioni surreali. Io, con l'aria che tira per i giornalisti, mi limito a riaffermare quel che  già al momento della condanna della Corte d'Appello di Milano, quattro anni di carcere per Silvio Berlusconi nel caso Mediaset per il reato di frode fiscale, era parso evidente, ovvero che la smoking gun, la pistola fumante, non si vede, e nemmeno si vede una sua versione mini, un pistolino almeno che fumi colpevolezza aldilà di qualsiasi ragionevole dubbio, ma sì che si vede una guerra che ancora oggi intende non fare prigionieri, che esplicitamente o implicitamente offre ragioni pesanti come la pietra ai congiurati dell'ineleggibilità del Cav. Mi limito anche ad affermare che le altre motivazioni fresche di giornata, quelle del no alla Cassazione al trasferimento del processo da Milano a Brescia per legittimo sospetto, confermano come dal nostro solenne tribunale che dovrebbe misurare non il merito ma il metodo delle cose sia abbastanza ingenuo aspettarsi che decida secondo una civile cultura dello stato di diritto e secondo le regole costituzionali del giusto processo, almeno non quando le ragioni delle diatribe sono ascrivibili più alla battaglia politica che alle leggi, non quando in ballo sono le guerre che non intendono fare prigionieri di alcuni magistrati contro alcuni illustri imputati, nemmeno in risposta a  esercizi di “moral suasion”, richiami al buon senso, venuti dal Quirinale e dal Csm.  Lo dovrà tenere nel debito conto, un conto pesante, il ministro della Giustizia del governo di larghe intese, donna di polso ma forse persuasa dalla situazione a stare in penombra, al riparo fornito dalle già strazianti divisioni e discussioni su legge elettorale, crisi economica, ricatti europei. Non è così, ministro Cancellieri. C'è nella vicenda processuale di Silvio Berlusconi tutta la storia dello stato disastroso della giustizia italiana, ne è il simbolo, il coagulo, ormai in modo perfino indipendente dai suoi difettacci provati e dalle sue eventuali colpe. E' proprio che così si fa da noi come non si dovrebbe fare, da più di vent'anni, a colpi di “non poteva non sapere”, che valgono a giorni alterni e solo per alcuni, e guai a credere che certe follie, arbitri, connivenze  di una casta che qui è la stessa, che si sieda ad accusare, che sia assisa a giudicare, non tengano a debita distanza gli imprenditori stranieri terrorizzati, non colpiscano inevitabilmente anche gli imputati anonimi, i poveri cristi, i senza protezione o difesa adeguata. Se un magistrato sbaglia e poi risbaglia, sbaglia ancora, ma non paga mai, riguarda tutti, non solo il Cav; se a distanza di tanti anni niente è cambiato dall'ingiustizia del caso Enzo Tortora, è uno scandalo che si incarna anche nel Cav, inutile inorridire e fare le snob del benaltrismo, care figlie di Enzo Tortora.  Certe dolenti affermazioni sulla responsabilità civile, sulla separazione delle carriere, sull'ideologia imperante del politically correct, le fanno fuori dalle aule anche tanti magistrati, un numero sempre più alto che prova crescente disagio, ma ancora restano nell'associazione/ sindacato unico, e comandano gli altri, probabilmente una minoranza militante. Se è minoranza quella mlitante, e se possono come tutti gli umani dei giudici anche sbagliare,non appare certo dalle motivazioni della Cassazione, quando scrive che  l'asserita esistenza di "contesti deliberatamente persecutori o complottistici dell'intera autorità giudiziaria milanese" nei confronti di Berlusconi, è "un'accusa infamante", perché “ intacca il dovere di imparzialità e l'indipendenza di giudizio", requisiti che vengono evidentemente dati per scontati e connaturati quasi per legato divino all'intera categoria; oppure quando afferma che "l'eventuale probabilità di un turbamento della libertà valutativa e decisoria del giudice" è "fondata - come in tutti i casi descritti da Berlusconi - su mere illazioni o sulla generica adduzione, causalmente irrilevante, di timori o sospetti personali" dell'ex premier, "non espressi da fatti oggettivi e muniti di intrinseca capacità dimostrativa" Non pare anche a voi che il Cav e i suoi avvocati la storia dell'antipatia, diciamo così, di una Boccassini, per dirne una, se la siano inventata? Tanto che, è sempre la prosa della Cassazione, "non può destare sorpresa il comunicato stampa che i vertici degli uffici giudicanti milanesi hanno emesso a tutela della professionalità dei giudici del tribunale, così superficialmente dileggiati". Non si toccano, non ci provate. Non è per pregiudizio se le motivazioni della sentenza della Corte d'Appello di Milano sulla frode fiscale di Mediaset  parlano di "un sistema portato avanti per molti anni" dall'ex premier e "proseguito nonostante i ruoli pubblici assunti e condotto in posizione di assoluto vertice". "Era assolutamente ovvio - si sottolinea nella sentenza - che la gestione dei diritti, il principale costo sostenuto dal gruppo, fosse una questione strategica, quindi fosse interesse della proprietà, di una proprietà che, appunto, rimaneva interessata e coinvolta nelle scelte gestionali, pur abbandonando l'operatività giornaliera".  Secondo i giudici "era riferibile a Berlusconi l'ideazione, creazione e sviluppo del sistema che consentiva la disponibilità di denaro separato da Fininvest ed occulto al fine di mantenere e alimentare illecitamente disponibilità patrimoniali estere". Leggete bene i termini usati, quel “assolutamente ovvio”, quel “riferibile a Berlusconi”, quel “pur abbandonando l'attività giornaliera”.Certo prove non sono, ma si legge chiaramente la presunzione conclamata di conoscenza superiore di una realtà pur non evidente. Io che sono maligna ci leggo anche una bella indicazione a tipini fini e ostinati come Zanda, Finocchiaro, etc.

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