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Giancarlo Giorgetti, il ritratto del leghista e quel suo unico difetto: non è un cretino

Cristina Agostini
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Tempo fa avevamo paragonato Giancarlo Giorgetti a Penelope, la figura che di giorno tesse le tele del governo, nel tentativo di tenere la componente grillina agganciata alla realtà, e di notte disfa le parti venute male. Rispetto a qualche settimana fa la situazione si è complicata e, più che la paziente sposa di Ulisse, il numero due del Carroccio ricorda il Gino Bartali di «è tutto sbagliato, è tutto da rifare». M5S perde un paio di punti al mese nei confronti della Lega e nel Movimento sono nervosissimi. Venerdì, a un convegno sovranista, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio ha detto due banalità: la prima è che se non si rispetta il contratto, il governo cade e conviene andare a elezioni, la seconda che il reddito di cittadinanza piace ai disoccupati del Sud e non a chi al Nord lavora e dovrebbe pagarlo. Tanto è bastato per portare l' esecutivo sull' orlo della crisi. Di Maio, furioso, ha provato a liquidare il plenipotenziario leghista affermando che tanto conta solo Salvini. Fuochino, anzi acqua, oceano. Giorgetti conta nella Lega, e parecchio. Salvini gli ha dato in mano le chiavi della finanziaria e la gestione del partito a Roma. Le truppe leghiste lo sanno e nessuno osa contraddirlo, allo stesso modo in cui nessuno parla sopra il segretario. Il bocconiano di Cazzago Brabbia non è un cazzaro né un parvenu della politica come taluni colleghi di governo con i quali è costretto ad avere a che fare. Svolge svariati compiti, tutti egregiamente, e ha un unico vero difetto: non è un fesso e dice cose giuste. Come quando afferma che le Italie sono ancora due, quella che vota M5S, che ha le sue roccaforti al Sud e punta a vivere alle spalle dello Stato, e quella leghista e neo-salviniana, che malgrado le critiche all' Europa prova a tenere il Paese attaccato all' Occidente e ad ascoltare chi produce. I DIVERSI RUOLI Se Salvini è l' ariete che conquista i voti, Giorgetti è colui che prova a consolidarli. Copre diversi ruoli. Innanzitutto quello diplomatico, nel governo e fuori. La Lega non ha mai cercato Conte, ma è merito del sottosegretario se ora è il premier a cercare il Carroccio, presso il quale trova più comprensione e aiuto che presso i grillini, i quali pure lo hanno indicato. Sempre Giorgetti, con Conte, è stato fondamentale per avvicinare Salvini e compagni al Quirinale, che all' inizio contava più sui grillini e da un paio di mesi si è reso conto che può dialogare efficacemente solo con i leghisti. Perfino in Europa, dove pure i Cinquestelle non hanno mai sparato le bordate di Matteo, la Lega è ritenuta più solida e affidabile di M5S, e questo è da imputarsi in buona parte allo stretto rapporto tra Giorgetti e il governatore della Bce, Mario Draghi, che a maggio telefonò proprio all' amico Giancarlo per dire che il governo gialloverde doveva partire anche perché lo voleva la Ue. Fondamentale poi il lavoro che il sottosegretario alla Presidenza sta facendo con gli imprenditori, i banchieri, il ceto medio produttivo, per i quali il varesotto bocconiano è come il bollino chiquita, garanzia di qualità e motivo ultimo di fiducia nell' esecutivo. Finché c' è lui, non faranno troppe cavolate, pensano nei loro salotti professionisti, manager e industriali. Finché c' è lui, non diventeremo come il Venezuela, pensa il risparmiatore piccolo e medio. Finché c' è lui, Matteo può stare tranquillo, pensano i leghisti, che lo interpellano come un oracolo. Sì, perché se Salvini sente la pancia e gli umori del Paese e sa esattamente cosa vogliono gli italiani, il Giancarlo sente la testa del suo Nord, e sa esattamente cosa dire e fare per tenerlo agganciato all' esperienza rocambolesca di questo governo gialloverde. SU I CONSENSI La sua missione ha avuto peso anche nella straordinaria crescita di consensi della Lega dopo il voto, dovuta per l' 80% all' azione del ministro dell' Interno su immigrati e sicurezza e per un buon 20% all' immagine della Lega come partito dalle tesi ardite ma con i piedi ben piantati per terra, portatrice di un populismo pratico distante da quello demagogico grillino. Una rappresentazione che si deve molto al lavoro del sottosegretario. Quando Di Maio, per sminuirlo, afferma che le parole di Giorgetti contano poco perché tanto il contratto l' ha firmato Salvini, dimostra di non capirci molto. Matteo e Giancarlo non sempre hanno le medesime opinioni, ma non agiscono disgiunti. Il secondo, per esempio, per tutto il 2017 esortava il leader a tenere toni più moderati, per prendersi i voti di un Berlusconi sparito dalle scene. Il capitano leghista non l' ha ascoltato, eppure Giorgetti non gli ha mai lasciato le spalle scoperte. Né nel partito, né a Roma, né tantomeno in Europa. Ecco l' altro ruolo fondamentale che il sottosegretario ricopre: quello di braccio destro, proprio ciò che manca a Di Maio, che nel Movimento può contare solo su se stesso, il che è molto poco. Chi non vive il Carroccio sostiene che il sottosegretario alla Presidenza sia un po' il Letta di Salvini. Ma non è vero. Letta seguiva spesso percorsi propri rispetto a quelli di Berlusconi. A Giorgetti non capita. Non ha obiettivi personali, cerca di agevolare il manovratore e ci riesce al punto che sovente il manovratore gli molla il timone e le rogne. I dissidi tra Salvini e il suo vice rientrano nello schema del poliziotto buono, poliziotto cattivo, dove chi sia il cattivo e chi il buono dipende più dall' osservatore che dai protagonisti. LE PREOCCUPAZIONI Fosse per lui, probabilmente, l' avventura di governo finirebbe dopo la finanziaria. Perché è sicuro di sfangarla a questo giro, però è già preoccupato per il prossimo e non ritiene ancora scampato il pericolo di una procedura d' infrazione dell' Europa contro l' Italia, che a suo dire sarebbe un disastro. Attenti a dargli torto. A Ferragosto, dalle colonne di Libero, lanciò l' allarme spread e si rivelò una Cassandra. Oggi pensa che la situazione sia davvero troppo complicata. Se non si può dire che Nord e Sud sono diversi senza che i grillini si sentano toccati sul vivo, come si farà ad andare avanti quando si dovrà parlare di cose serie? Se neppure lui, famoso per essere particolarmente lucido, lo sa, c' è di che preoccuparsi. di Pietro Senaldi

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