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Nicola Zingaretti adesso si è innamorato di Virginia Raggi (e pure della sua rivale grillina)

Cristina Agostini
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Perdono le mutande per strada e fingono di essere i cavalieri del bene. Si presentano come immacolati epigoni di Lancillotto e Parsifal, devoti alla loro bella, e poi si offrono di impalmare la strega Virginia vituperosa rovina di Roma. Ci scusi il Medio Evo e ci perdonino i devoti della Tavola rotonda se mescoliamo leggende gloriose e pure alla politicaccia oscena di Zingaretti e Franceschini. Costoro dopo aver espresso ripugnanza per i Cinque Stelle durante lunghi anni ora piombano in ginocchio con l' anello di brillanti e offrono matrimonio per la vita alle gonne svolazzanti dei grillini che schifavano. In un moto di orgoglio i destinatari di queste smancerie amorose si ritraggono. Un week-end insieme, magari lungo quattro anni, una bella scampagnata di legislatura a Palazzo Chigi, va bene, ma sposarsi in un' alleanza finché morte non ci separerà, non siamo pronti, siamo ancora vergini. Figuriamoci. Ci piacerebbe tanto che Di Maio e Casaleggio, Di Battista e Fico capissero la collaudata tecnica leninista. Si è più piccoli del partito con cui stringi alleanza. Ma la forza di apparato e la tenacia della piovra culturale tipiche del metodo leninista-togliattiano ti espropriano dell' anima, ti colonizzano. Il Pd senza Renzi è questa roba qui. Nessuno scrupolo. Succhia il midollo di chi finge di abbracciare, tal quale il Pci. Leggi anche: "Leader? No, ecco cosa sono". Sallusti spara ad alzo zero: Zingaretti e Di Maio demoliti Dinanzi a queste spudorate giravolte, viene da chiedersi: ma che gente è quella che capeggia il Partito democratico? Scusate il quesito morale che in politica è moneta fuori corso. Saremo antiquati, e però ci attrae tuttora il concetto di decoro. Nicola Zingaretti e il suo luogotenente Dario Franceschini, il comunista e il democristiano, oggi leader in coppia del Partito democratico e compagni di sventura dei Cinque Stelle, stimano così poco il loro popolo residuo da ritenerlo pronto a inghiottire non solo qualsiasi salto della quaglia dei loro capi ma anche a digerire Di Maio e la sua gemella Raggi come fossero candide ostie da messa. GLI SMUTANDATI - Ripercorriamo le vicende che ci hanno portati al governo degli smutandati. A fine luglio giuravano reciprocamente di detestare gli attuali sodali di governo. Per restare sul versante dem, Zinga assicurava non avrebbe condiviso con i grillini neppure l' amministrazione di una bocciofila, altro che guidare insieme l' Italia. Dopo tre ore dal gran rifiuto di Matteo Salvini, i capi dem si posero il problema se baciare o no il rospo lasciato sul bordo dello stagno dall' ex ministro dell' Interno, quasi che loro fossero chissà quali principesse dalle labbra fatate. Baciarono il rospo alla francese, altro che ritrosia. Più che l' onore poté il terrore di entrambi i baciatori di finire rosolati dal voto popolare. Bacia il rospo una volta, bacialo due volte, la faccenda li ha attizzati. Ora propongono un regime coniugale con la comunione dei beni: dividersi cioè i posti di potere, anche quelli che esulano dal governo. Gli attuali (comune di Roma, Lazio) e le cadreghe in competizione alle prossime regionali. Questa è l' incresciosa sintesi che esprime la levatura umana di chi ci sta governando oggi. Credevamo che il peggio fossero i grillini, ci tocca risistemare la gerarchia. Vengono dopo i dem, in perfetta continuità con la propensione ai compromessi storici con chiunque si dimostri pronto ad accettarne l' egemonia. In questi giorni è stato un crescendo di avances. Innanzitutto la proposta di accordo per un candidato comune alla presidenza dell' Umbria. Qualche moina e poi: fatto! Ora Calabria, e il patto per il candidato unico, Callipo, il re del Tonno. E qui intravediamo una certa coerenza con le famose scatole da aprire. Infine il gran salto: Zingaretti ha chiesto la mano di Virginia Raggi, sindaco di Roma, invitandola a tenere duro in Campidoglio, dopo che aveva cercato per anni di tirarle il collo come a una delle celebri oche locali; non solo: offre il talamo del potere in Regione Lazio, dov' è governatore, a Roberta Lombardi, la grillina rivale acerrima della Raggi. Un redivivo don Giovanni della politica: le vuole tutte. Chi si crede di essere? Montalbano? RESISTENZA - In una intervista alla Stampa ha teorizzato la faccenda: quella tra Cinque Stelle e Pd non è una scappatella. Forse lo era all' inizio. Ma come usava una volta, alla fuitina si rimedia con lo sposalizio. Per ora è no. Resisterà il M5S? Conoscendo la forza d' animo e l' intemerato orgoglio di Gigino, siamo sicuri che cederà. A differenza del tonno Callipo, sodo e saporito, la sua resistenza ai corteggiamenti si taglia con un grissino. Spingono all' insano connubio i sondaggi delle ultime ore, proposti da Renato Mannheimer. Essi assegnano un risicato vantaggio di consensi alla compagine giallo-rossa rispetto a quella sovranista e azzurra (45 contro 44), e questo ringalluzzirà i sostenitori delle nozze riparatrici, del resto auspicate da buona parte dei vescovi che non vede l' ora di benedirle. Attenzione. Potrebbe persino essere una buona notizia. Davanti alla riottosità di Matteo Renzi, l' inventore del Conte-bis e che ora tiene tutti per le palle, non è detto che la mezz' ora salviniana del pirla capiti stavolta a Zingaretti e Di Maio. Speriamo. di Renato Farina

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