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Berlusconi, divoratore di delfini: ecco come li ha piegati tutti

Fini, Berlusconi, Casini e Bossi

Con Angelino la rottura meno traumatica, ma ora la leadership è più lontana. In vent'anni Silvio ha stroncato tutti i numeri due: le loro storie

Andrea Tempestini
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Catalizzatore di consensi, mattatore assoluto di un ventennio di centrodestra, ma anche divoratore di delfini e numeri due. Lui è Silvio Berlusconi, fresco dell'ultimo strappo, quello che ha portato alla rinascita di Forza Italia e all'addio, o arrivederci, ad Alfano. Quella con Angelino è stata una rottura meno dolorosa di altre, ma ora l'eredità politica del Cavaliere potrebbe sfuggire al vicepremier. Prima di lui, molti altri. La rottura più celebre e spettacolosa fu quella con Gianfranco Fini, numero due deisgnato, che dopo il "che fai, mi cacci?" e l'avventura futurista è preciptato negli abissi della politica, dai quali - lo dice la storia - uscire è pressoché impossibile. Il divino Giulio - Ma la lista degli aspiranti Cavalieri spazzati via è lunga. Si sa, a Berlusconi piace comandare, e il fatto che sia una formidabile macchina da voti ha contribuito a far sì che il potere fluisse sempre dalle sue mani. Ci aveva provato Giulio Tremonti, già nel 2006, quando ambiva al ruolo di capogruppo Pdl alla Camera: il Cav disse di no, bloccò il suo ambizioso progetto. Un progetto che si ripresentò poi dal 2008 e fino alla grande crisi che, a colpi di spread, detronizzò l'ex premier: il divino Giulio assunse un enorme peso politico, provò a trasformarlo in leadership e fallì. Scomparso dai radar della politica, le ultime segnalazioni con la sua lista affiliata alla Lega Nord. Il governatore e Pierferdy - E ancora, Roberto Formigoni, da sempre attratto dalla leadership del centrodestra, forte del suo consenso ciellino e lombardo. Voleva abbandonare il Pirellone per prendersi la presidenza del Senato e dare il là a una carriera politica romanocentrica, fu fermato da Berlusconi. Ora, non a caso, l'ex governatore è uno dei protagonisti della scissione. Quindi Pier Ferdinando Casini, che ai tempi della Casa della libertà aveva il ruolo che avrebbe poi ricoperto Fini: delfino designato. E divorato. Il Cav voleva assoluta fedeltà, lui non la concesse. Casini non è certo sparito dai radar della politica, ma le sua ambizioni relative al premierato sono archiviate per sempre. Angelino e il "quid" - Si arriva infine ad Alfano, che con la nomina alla segreteria fu il protagonista dell'investitura ufficiale di Berlusconi. Da quel momento, però, il Cavaliere prese a punzecchiarlo, a spronarlo, ad imputargli il celeberrimo deficit del "quid". Il "figlio" Angelino si è battuto con tutte le sue forze, ha seguito le sue idee, ha dimostrato al leader la sua autonomia, il suo quid. L'esito? La separazione di poche ore fa. Un divorzio, come detto, meno traumatico degli altri. Un divorzio che però lo pone fuori dalla "linea ereditaria" diretta e che forse, al pari di quel che accadde con Casini, ne stronca le ambizioni verticistiche per sempre. Il divoratore di delfini - Poi, certo, ci sono tutti quei nomi di retrovia che sono scomparsi negli anni, uomini della prima Forza Italia di cui nella riedizione del partito non c'è traccia. Li elenca in ordine sparso Pierluigi Battista sul Corriere della Sera, che menziona la sparizione del sondaggista Gianni Pilo. E invece che fine ha fatto Tiziana Parenti, il contrappeso azzuro alle cosiddette toghe rosse? E l'ex presidente del Senato, Marcello Pera? Per non parlare dei radicali come Marco Taradash e Peppino Calderisi, protagonisti di una parabola simile a quella che, oggi, percorre Gaetano Quagliariello. Nomi che emergono, provano a imporsi e scompaiono, si sgonfiano, cannibalizzati dallo strapotere elettorale di Berlusconi, il divoratore di delfini che negli ultimi vent'anni nessuno ha potuto davvero sostituire.

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