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Facci: i paninari odiati da Renzi, passati dai Moncler ai Forconi

Matteo Renzi visto da Benny

Matteo ha rinnegato le icone dei "suoi" Anni 80: "Mi stavano antipatici". Ma molti di quei giovani in piumino oggi sono in piazza, arrabbiati

Giulio Bucchi
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Essi vivono, i paninari sono tra noi. «I paninari mi stavano antipatici, il Moncler non l'ho mai sopportato» ha detto Matteo Renzi l'altro giorno, lasciando spazio a un pronto battutaio. Renzi che «mi sembra un paninaro cresciuto» aveva però già osservato Andrea Scanzi sul Fatto Quotidiano. Prove di infinito cazzeggio, da una parte, ma non solo. C'è da capire di che cosa stiamo parlando e in che misura «i paninari» possano saldarsi col presente: più di quel che pensiamo forse. Perché «paninari», da una parte, significa Anni Ottanta, quelli della Milano da bere, del primo Burghy di Piazza San Babila (poi MacDonald's) e delle modelle di via Montenapoleone, la Milano celebrata da Time che ci fece una storica copertina, il Made in Italy e compagnia bella. Stiamo quindi tornando agli edonistici Ottanta? Ma come, Francesco Borgonovo non sosteneva proprio su Libero che stessero tornando i Settanta? Piano. I paninari stanno agli Anni Ottanta come la schiuma della risacca sta all'oceano, ossia come il più sconcertante movimento di giovani pecoroni stette a una modernizzazione che bene o male ci strappò dagli anni di piombo. I paninari furono una reazione allo straccionesco conformismo ideologico ed egualitarista degli anni Sessanta e Settanta, furono una ritrovata e patetica spartizione tra i ricchi e i poveri che oggi rischiamo di ritrovarci specularmente riproposta nel tempo della crisi. In un certo senso erano, i paninari, solo una caricatura: le scarpe grosse, le giaccavento, i guanti gialli da netturbino, il capello corto e ingellato, i jeans con le pezze, gli orologioni, i panini: identici ai muratori nell'intervallo per il pranzo. Loro però stavano a San Babila (e nelle equivalenti San Babila di altre città) e con i figli dei fiori avevano in comune solo una cervellotica sottovuoto spinto. Ciò che li differenziava, e che li ricollega all'oggi, era la pretesa edonistica di chi non voleva essere come gli altri. Voleva essere di più, o meglio, avere di più. L'avere sostituiva l'essere ma allo scoperto, finalmente. Ecco, allora, che per questi comprimari di fine millennio l'habitus diventava l'animus, ecco la generazione Timberland, i piumini Moncler di vari colori da operai delle autostrade, i Ray Ban da poliziotti americani, i soliti Levi's, le solite Lacoste, il solito secchiello Louis Vitton, le solite giacche Brooksfield, la All star di tela, le calze Burlington: più un sacco di idiozie modaiole mischiate alla rinfusa come poterono esserlo le orrende scarpe Vans o Koala, le magliette da surf Mistral, i giubbottazzi di pelle Schott, roba che giocoforza doveva costare una tonnellata di soldi - unica vera regola - da scucire a una generazione di genitori che non aveva fatto la guerra e che ai loro ragazzi non voleva che mancasse niente, tipicamente. Da qui alla demenza pura il passo fu breve: il Moncler anche in estate, i Rayban anche di notte, gli stivali Fryie anche in spiaggia, i maglioni ben infilati nei pantaloni per ostentare spaventose fibbie da rodeo, scarponi con l'effige dell'alberello ben ricalcato col pennarello. Il tutto spolverato con uno strato arancione scuro, residuo di sette lampade abbronzanti possibilmente fatte da Rino, in via Montenapoleone. La moda più antimaschile e al tempo stesso antifemminile mai apparsa dal Quaternario in poi. E uno può dire: sì, ma che c'entra? Qual è il link col presente? Il punto è che fu anche una maniera -  rabbiosa e magniloquente, pacchiana e americanoide - di ri-tracciare un confine che non era più ideologico né di stile: era semplicemente quello tra chi aveva i soldi (il papà coi) e chi non li aveva, il confine tra chi era nato fortunato per censo economico (e mentale, spesso) e chi invece no. Una crudeltà esibita e di reazione, ma anche una strada senza ritorno che ci conduce sino all'oggi. Il paninaro era un divertente e divertito imbelle - per i milanesi: un vero pirla - che amava differenziarsi dall'universo dei troppo scarsi, dei peggio buri, coatti, borazzi, iarri, cinghios con la camicia abbottonata sino in cima, le pettinature alla Gigi Sabani, alla Toto Cutugno o alla Luciano Benetton, tutti in fila coll'autoradio sotto il braccio. Quelli cioè che potevano permettersi le moto Zundapp e Aprilia e la Vespa e il Sì Piaggio contro gli scornacchiati coi loro Califfone, Motobecane, Cagiva Aletta Rossa. E se certi maggiorenni già avevano la Mitsubishi Pajero, la Renegade e i vari fuoristrada col parabufalo, gli altri viceversa avevano la Ritmo, l'Alfasud, la Skoda, la Daf e la 127 sport coi tendalini di Marylin. Era un classismo ideologico ed esistenziale che metteva nel mirino il cosiddetto «Gino»: il brutto naturale e sociale, lo sfigato di sempre, lui e la sua coltivazione di punti neri, la canottiera sotto la camiciola (come poteva permettersi solo Craxi al congresso di Rimini) e poi la biro nel taschino, la cintura di stoffa, le scarpette estive traforate da cameriere, il baffetto alla tedesca da segaiolo. Dall'altra lui, il paninaro, sempre e solo dance music, uno che gli nominavi Guccini e stava male, uno che camminava indomito e ballava «Der Kommissar» di Falco e «Wild boys» dei Duran Duran, uno spettacolare idiota pronto a spendere cifre inenarrabili per le griffe più improbabili. Ma badateci: essi vivono, sono tra noi. Talvolta calano dalla Russia, dalla Cina, presto dall'India: ma nuovi stratagemmi edonistici per differenziare i finti ricchi dai finti poveri - ora che il ceto medio è stato ufficialmente abolito - troveranno sempre più spazio. L'avvento del low cost, poi, ha rimescolato le acque e ha mimetizzato la generazione meno ideologica di tutti i tempi: la stessa che, durante gli scontri dei forconi a Torino, affiancava veri disoccupati a un giovane che tirava sassi ai celerini: e intanto indossava un giubbotto Stone Island da 700 euro. di Filippo Facci 

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