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Antonio Bassolino candidato sindaco a Napoli: "La città ha bisogno di uno come me"

Brunella Bolloli
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«Diciannove inchieste e 19 assoluzioni, solo io so cosa ho passato. E il paradosso è che il Pd, oltre a dire "fiducia nella magistratura", non ha mai detto "fiducia in Antonio Bassolino"» Dicono che Antonio Bassolino sia molto scaramantico: ha sempre un corno rosso in tasca, non prende mai appuntamento alle 17, ama i gatti ma quelli neri un po' meno, è un devoto laico di San Gennaro e, da scalatore, sa mettere i piedi sugli appigli giusti: passo dopo passo, come recita il suo mantra degli anni d'oro, ora modernizzato in post dopo post. Nel 1997 ha stravinto il secondo mandato di sindaco di Napoli, nel '98 ha assunto anche il ruolo di ministro del Lavoro con D'Alema premier, poi governatore della Campania, le inchieste, la ricandidatura alle primarie del Pd del 2016 dove però si consuma lo strappo con il partito che aveva contribuito a fondare. E ora, a 74 anni, 'o presidente è di nuovo in corsa. Da indipendente.

Bassolino, chi glielo fa fare?

«La situazione di Napoli. La pandemia si è abbattuta sul corpo già provato della città e basta andare nei quartieri per accorgersi della povertà dilagante. Non parlo solo di immigrati o di italiani indigenti, ma di persone anche del ceto medio precipitate sotto la soglia di povertà. Te ne accorgi perché tengono gli occhi abbassati a terra, quasi per non farsi riconoscere».

L'attuale amministrazione, di De Magistris, non fa nulla?

«Il Comune è in dissesto, non formale ma sostanziale. Questo non dipende solo dall'attuale gestione, ma anche dal fatto che da anni vengono trasferite meno risorse agli enti locali; poi dipende dalla macchina amministrativa che funziona male».

Napoli, per gli osservatori, è un malato grave. Lei che cura ha?

«La città è scassata: le strade sono dissestate, ci sono buche ovunque, tanti problemi. Ma i fondi del Recovery, se usati bene, possono cambiare il volto di Napoli. Giro nelle periferie: a Barra non c'è un bancomat e per ottenere un certificato nella sede della municipalità a San Giovanni una signora ha dovuto comprare una risma di carta di tasca sua. La digitalizzazione è assente. Voglio valorizzare il porto. M'impegno per l'amore che nutro verso questa città».

L'amore però non basta e lei non ha più il Pd alle spalle. Perché?

«Perché le primarie di cinque anni furono primarie farlocche, un mercimonio. Non ho il Pd alle spalle ma ho la spinta di tanti napoletani di sinistra, centro, destra, grillini. Soprattutto, gente che da tempo non vota più».

 

 

Vuole riconquistare gli astenuti?

«Gli astenuti fanno parte del più grande partito italiano, quello appunto dell'astensionismo, che non c'entra nulla con il qualunquismo. Il non votare spesso è una precisa scelta politica. È essenziale per me recuperare chi non si sente più rappresentato».

I democratici hanno perso il contatto con i militanti?

«Se ci sono così tanti astenuti o se i giovani guardano altrove è perché il Pd ha perso tanti contatti con il proprio elettorato. L'avevamo pensato come un grande partito popolare per arginare i populismi, invece si è indebolito il legame con il Paese, con diverse fasce dei lavoratori, Partite Iva, artigiani. Il Pd deve riconquistare l'identità originaria».

Per questo a Napoli è stato fatto l'accordo con M5S per il Comune?

«A Napoli si cerca di applicare una linea nazionale. Però quando si vota per il Parlamento si guarda al partito, ma quando si vota per il Comune si sceglie la persona sapendo che ogni città ha una sua anima e la prima capacità di un sindaco è quella di saperla interpretare. E io tre mesi fa ho preso il mio Ipad e ho scritto un post: "mi candido"».

Non era un giorno a caso.

«No. Era il 13 febbraio e si svolgevano i funerali del mio amico Paolo Isotta, grandissimo musicologo di fama internazionale, napoletano nelle viscere, persona singolare, bellissima».

Amico e firma di Libero.

«Lo so bene. Eravamo agli antipodi: lui di destra, io di sinistra, ma entrambi innamorati di Napoli e con grande stima reciproca. Mi aveva spinto lui a riprovarci. Qui ci vuole un pazzo buono, mi diceva. Pure lui era buono. Vorrei raccontare un aneddoto».

Prego.

«Un giorno Paolo mi chiama: "Non ce la faccio più Antonio. È da oltre un mese che c'è un gattino morto a via Lucrezio, giace lì con il corpo straziato a terra e nessuno lo va a prendere". Quando gli ho detto che me ne ero occupato e il gattino era stato seppellito era felice come un bambino. Questo era Paolo Isotta. E io il 13 febbraio ho messo la mano sulla sua tomba, sono andato a casa, ho visto alla televisione Draghi che si insediava, e ho deciso di candidarmi».

 

 

 

 

Da solo e contro tutti?

«Vengo dal Pd, anche se non ho più rinnovato la tessera, ma sono soprattutto un uomo delle istituzioni. Per me le istituzioni e Napoli vengono prima di ogni interesse di parte».

Significa che è disposto a tollerare un governatore "ingombrante" come De Luca con cui De Magistris si è spesso scontrato?

«Significa che mi rivolgo a tutti i napoletani, di ogni schieramento, e non lo faccio contro i partiti perché anch' io sono un politico, ma sono anche un candidato civico e per Napoli bisogna lavorare uniti. Collaborazione, collaborazione, collaborazione sia con la Regione che con il governo».

Contro di lei forse c'è l'ex ministro Manfredi...

«...Forse».

Il presidente della Camera Fico ha appena detto che resta a Roma.

«Per me era prevedibile dato il suo ruolo istituzionale. Ora si parla pure di Costa, Spadafora e Di Maio...».

Il centrodestra schiererà il magistrato Catello Maresca.

«Ho sentito, è possibile, ma finora in campo ci siamo io, l'assessore Clemente e D'Angelo. Gli altri stanno ancora pensando e questa confusione mi rattrista. Mi auguro che il Pd rifletta bene e poi converga su di me».

Lei ha avuto parecchie inchieste. Il Pd ora sta con i grillini giustizialisti. Anche per questo siete distanti?

«Diciannove inchieste e 19 assoluzioni, l'ultima di pochi mesi fa riguardava un processo di cui era già avvenuta la prescrizione, ma io ho fatto ricorso perché volevo una sentenza di piena assoluzione, come poi è avvenuto. Solo io so quello che ho passato. E il paradosso è che il partito che ho contribuito a fondare, il Pd, oltre a dire la frase "Fiducia nella magistratura", non ha mai detto "Fiducia in Antonio Bassolino, siamo certi che non ha commesso nulla di illegale».

 

 

 

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