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Giorgia Meloni, Conte e la guerra civile: Cirino Pomicino, "parole pericolose"

Giorgia Meloni

Pietro De Leo
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Le agenzie rilanciano la "sparata" in diretta tv di Giuseppe Conte che ha evocato il rischio "guerra civile" in caso di stop al reddito di cittadinanza e Libero telefona a Paolo Cirino Pomicino. Più volte parlamentare della Democrazia Cristiana e ministro nei governi del pentapartito, prolifico autore di saggi, ma soprattutto protagonista di un'epoca politica, quella della Prima Repubblica, in cui il linguaggio e lo stile erano espressione di identità costruite con la cultura.

 

 

 

Onorevole Pomicino, il leader del Movimento 5 Stelle Giuseppe Conte evoca il rischio guerra civile. Non è uno scivolone?
«E' peggio di uno scivolone ed è indice di una serie di cose».
Spieghiamo. 
«La prima: siamo in una stagione nella quale i pessimi protagonisti della politica italiana si inventano nemici virtuali a cui poi contrapporsi».
Cosa intende, nello specifico? 
«Nessuno in realtà vuole togliere il reddito di cittadinanza, 'fratello maggiore' del reddito di inclusione. Al massimo, ciò che tutti dicono di voler fare è di trasformarlo, modificarlo. Da un lato infatti ha dato una mano a chi ne ha bisogno, ma dall'altro non ha abolito la povertà, come i Cinquestelle annunciarono dal terrazzino di Palazzo Chigi. Anzi, la povertà è raddoppiata secondo l'Istat in questi ultimi 25 anni. E inoltre non ha funzionato il meccanismo di incrocio tra domanda e offerta di lavoro, anzi purtroppo migliaia di disonesti hanno trovato il modo di architettare truffe non solo ai danni dello Stato, ma anche a chi realmente ha bisogno».
Conte ha voluto buttare la palla in tribuna, quindi. 
«Invece di parlare di "guerra civile", dovrebbe adeguarsi a partecipare ad un confronto serio sulla necessità di modificare lo strumento. Però qui entriamo nel secondo aspetto critico che emerge da questa vicenda».
Ovvero? 
«Questo linguaggio di Conte, che peraltro è stato presidente del Consiglio, è una delle tante testimonianze del collasso del sistema politico italiano, nella sua interezza. Conte e il Movimento 5Stelle sono la punta dell'iceberg, ma il disastro è più profondo, e purtroppo non si limita alla politica, perché abbraccia anche la dimensione economico-sociale del Paese».

 

 

 


Torniamo quindi al punto spesso dibattuto, ossia ai guasti derivanti dal crollo della forma- partito? 
«Certo, alla base di tutto c'è la crisi dei partiti, lo strumento che la Costituzione prevede per fare da ponte tra la società e le istituzioni. Ad un certo punto sono arrivati i dilettanti di ogni tipo, e questo collegamento è venuto meno. Direi che la maggiore responsabilità di tutto questo si deve agli eredi delle due grandi tradizioni politiche della Prima Repubblica, i comunisti e parte della sinistra che, nei 28 anni della Seconda Repubblica, ha governato per 19».
Lei analizza le cause profonde di un degrado politico. Però, non sarà che anche la rincorsa della visibilità sui social facilita le "sparate" tipo quella di Conte? 
«E' un dato di fatto che i social mettano sempre benzina sul fuoco. La politica, con la 'P' maiuscola, dovrebbe però essere pompiere, non incendiario».
Lei ha vissuto dall'interno delle istituzioni la piaga del terrorismo politico. Il fatto che l'Italia sia stata attraversata da questa tragedia, non dovrebbe forse indurre ad una cautela maggiore sul linguaggio? 
«Questa sensibilità, che lei giustamente evoca, può appartenere a chi sa di politica. A me spiace dirlo, ma Conte quando è stato chiamato a fare il Presidente del Consiglio era solo un ottimo avvocato che passava per strada. La politica è cosa ben diversa, richiede studi e militanza di anni. Non confondiamo i dilettanti con gli statisti che l'Italia ha avuto in passato o che gli altri Paesi continuano ad avere ancora oggi. Oltre all'Italia, ad esempio, c'è un altro Paese che ha avuto un comico entrato in politica, ed è l'Ucraina. Mettiamo a confronto, allora, Grillo e Zelensky. Il primo è rimasto un comico sempre meno brillante il secondo invece sta guidando la resistenza ucraina contro l'invasione russa e si è trasformato in uno stati sta».
Quindi, nel merito, lei condivide che considerando il nostro passato bisognerebbe utilizzare maggiore cautela?
«Non c'è dubbio. Ma non ci si può attendere questo da quanti non hanno cultura politica, e dunque partoriscono sciocchezze».

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