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Progressisti, fine dell'illusione: l'élite di sinistra ha dimenticato la realtà

Roberto Formigoni
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Che fine ha fatto il progressismo? C’è stata un’epoca in cui il pensiero dominante era infarcito di una fiducia indiscussa nel progresso: convinta che ogni cambiamento storico (scientifico, tecnologico, antropologico, di costume...) sia intrinsecamente positivo, e che qualsiasi eventuale effetto negativo sarà corretto in tempi brevissimi, anzi, dando nuovo impulso al progresso stesso. Possiamo dire che l’ultimo cinquantennio è stata l’epoca del trionfo di questo progressismo, soprattutto dopo la caduta del Muro, negli anni Novanta, e che questa è stata la vera cultura dominante, praticamente in ogni parte del mondo. Con gli inizi del nuovo secolo sono cominciate le smentite della storia, l’11 settembre 2001 e il successo del terrorismo, l’insorgere improvviso di altri modi di guardare la vita dell’uomo, «Noi vinciamo perché amiamo più la morte della vita» era il proclama della Jihad e del terrorismo islamista; poi la pretesa Usa di esportare la democrazia, fallita miseramente con le sconfitte in Iraq e in Afganistan.

In seguito un secondo colpo ancora più duro con la Grande Recessione del 2007 e del 2009. Ma tutto questo non ha praticamente intaccato la prosopopea progressista di rappresentare comunque il punto di vista giusto, inconfutabile. L’insorgere del cosiddetto populismo, le sofferenza di un numero sempre più ampio di cittadini, gli effetti pesantemente negativi di un fenomeno come la globalizzazione (che pur non è tutto negativo), non hanno intaccato la fiducia cieca delle élite progressiste. È emersa in tutta la sua platealità la miopia di queste élite, convinte di dover continuare a guidare le masse mentre il mondo sotto di loro cambiava radicalmente direzione.

Pensavano di essersi imposte definitivamente, pensavano di essere per sempre maggioranza e hanno scoperto con sgomento di non essere più in grado di controllare i processi storici. Quello che stupisce, in questi ceti intellettuali e colti, è proprio l’incapacità di accorgersi, di vedere quello che stava capitando. E invece, proprio da questi cambiamenti nasceva l’esigenza che sorgesse qualcuno che sapesse governarli, questi cambiamenti, cambiare il corso di una storia che non appariva più proiettata verso il progresso ma verso il degrado. Anche da qui è nato il successo delle forze di destra e centrodestra in Italia e in Europa.

Certo, l’azione di queste nuove forze, che sono appena al loro inizio, può essere un po’ a tentoni, non ancora sicura. Ma quanti reagiscono con sufficienza e sarcasmo a questi tentativi, neppure vedono l’esigenza diffusa del popolo che di questo cambiamento ha bisogno. Pensano di esorcizzarla col rito stracco di una fede progressista che non scalda più i cuori di nessuno. Progressismo, chi s’illude più.

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