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Elly Schlein, che figuraccia: frantuma la sinistra con una sola mossa

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Elisa Calessi
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La riforma del jobs act voluta dal Pd nove anni orsono, sia pure da un Pd ben diverso da quello attuale - rischia di mandare all’aria quella fragile unità del centrosinistra che sembrava essersi creata attorno al salario minimo. Il tema è quello del referendum per abolire il jobs act, proposto da Maurizio Landini, numero uno della Cgil e, un po’ a sorpresa per molti dem, abbracciato di slancio da Elly Schlein, che si è detta favorevole all’iniziativa e pronta a schierare il Pd a fianco della del sindacato rosso, seguendo le iniziative proposte. Il problema è che, ieri mattina, le ha risposto, piccato, Carlo Calenda, su Twitter, con una netta chiusura: «Appoggiare il referendum per l’abolizione del jobs act è un grave errore da parte del Pd. Occorre lavorare sui salari poveri con il salario minimo e sui salari medi attraverso la detassazione del salario di produttività, non ingessare il mercato del lavoro».

L’INTESA TRABALLA
Il fatto che il tema sia sempre il lavoro, stessa materia del salario minimo, rende la spaccatura ancora più pesante, perché evidenzia come l’intesa sul salario minimo riguardi un piccolo capitolo, ma non possa intendersi come un preludio a una comune visione almeno sui temi del lavoro. Evidenza che depotenzia anche quella intesa che, faticosamente, sembrava che Pd, Azione e M5S avessero trovato. Del resto, non c’è da stupirsi: il jobs act porta la firma di Matteo Renzi. Quanto di più distante, se non opposto, dalla visione politica di Elly Schlein, che, giustamente, ha ricordato di essersi sempre opposta al Jobs Act. Lei, ma non gli ex renziani che, infatti, ieri sono rimasti silenti, tra l’imbarazzo e lo sconcerto.

Si aggiunge un altro fatto: la proposta sul salario minimo era stata inizialmente osteggiata dalla Cgil, storicamente contraria a uno strumento, quello di un salario fissato per legge, che rischia di indebolire la contrattazione e quindi il ruolo dei sindacati. Appoggiare il referendum per cancellare il jobs act, proposto da Maurizio Landini, è anche un modo per ricambiare il favore, riannodando i fili con il sindacato di Corso Italia, grande elettore di Elly Schlein. Oltre al fatto che è un altro passo verso il M5S. Forse nemmeno Schlein, però, aveva messo in conto le reazioni. Dopo Calenda, infatti, si è scatenata la batteria dei renziani, con l’apripista dell’allora segretario del Pd, oggi leader di Italia Viva, che ha messo nel mirino non tanto la segretaria, quanto i riformisti del Pd: «Da mesi dico che il Pd ormai è la sesta stella del Movimento di Giuseppe Conte. E riconosco che Elly Schlein è sempre stata contraria a questa legge. Ma il JobsAct è una legge che il Pd ha votato. Lo ha fatto in Consiglio dei ministri, lo ha fatto alla Camera, lo ha fatto al Senato». Quindi, rivolgendosi ai riformisti dem, ricorda che una legge «voluta da un ministro del Pd, presentata nei circoli del Pd, difesa dagli amministratori del Pd diventa oggi una legge contro cui si fa un referendum organizzato dal Pd. Non è fantastico?», chiude ironicamente. I bersagli di Renzi non sono tanto Schlein, Landini o Conte, di cui ammette la coerenza, avendo da sempre osteggiato auesta riforma, quanto gli ex renziani, ora area Bonaccini: «Ho una domanda per chi ha votato il Jobs Act in direzione, in Aula, in Consiglio dei ministri. Ma voi, amici carissimi, come fate a organizzare il referendum contro ciò che voi stessi avete voluto? Vi state facendo un autoreferendum, lo capite?».
 

 

 

 

 

RENZIANI IN RIVOLTA
E contro i riformisti del Pd si scagliano, a ruota, le truppe dei renziani: «Mi chiedo cosa ne pensano quelli del Pd che sono sempre stati favorevoli e che nel 2015 hanno votato quella riforma in Parlamento, bontà loro. Anche quelli che stanno attualmente in segreteria con lei, anche i capigruppo di Camera e Senato», scriveva su Twitter Davide Faraone. «Che tristezza infinita vedere il Pd ridotto ad una appendice dei Cinquestelle, costretto a rinnegare le cose buone fatte in passato come il Jobs Act che ha prodotto oltre un milione di posti di lavoro. E che imbarazzo per quel silenzio assordante dei cosiddetti 'riformisti' del Pd», affonda il coltello la coordinatrice nazionale di Italia Viva Raffaella Paita. Mentre per Enrico Borghi, capogruppo di Iv al Senato, «col referendum Schlein “corbynizza” il Pd. Ennesima mutazione». 

 

 

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