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Giuseppe Conte, dal reddito alle truffe edilizie: come ha rovinato l'Italia

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Fausto Carioti
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Negli Stati Uniti lo chiamano «helicopter money», denaro lanciato dall’elicottero. Per rivitalizzare i consumi e l’economia, la Banca centrale crea moneta e la fa piovere sulle teste dei cittadini festanti. È ciò che ha fatto Giuseppe Conte quando era a palazzo Chigi, con una differenza: anziché stampare soldi col ciclostile (come gli consigliava qualche grillino prima di scoprire che non si può fare), li ha presi a prestito indebitando i contribuenti futuri, inclusi quelli del 2023 e 2024. Che ora sono chiamati a restituirli.

Per chi è arrivato dopo di lui, è stato come trovare i pozzi avvelenati. Il governo Meloni ha le mani legate dal debito creato dal Superbonus, dal reddito di cittadinanza e dai provvedimenti figli della filosofia del «gra-tu-i-ta-men-te». Se spendere di più per scuola e sanità o per tagliare il cuneo fiscale è impresa ai limiti dell’impossibile, lo si deve innanzitutto all’ipoteca messa dai governi gialloverde e giallorosso sui conti degli anni seguenti.

Il solo Superbonus, come dimostra l’analisi fatta a marzo dall’Osservatorio sui conti pubblici italiani, «nella migliore delle ipotesi ha contribuito ad incrementare la crescita del Pil dello 0,5% nel 2021 (su una crescita totale del 7%) e dello 0,9% nel 2022 (su una crescita totale del 3,7%). Si tratta di incrementi importanti, ma non tali da consentire di attribuire al Superbonus il grande rimbalzo dell’economia italiana dopo le chiusure del 2020». Mentre sotto l’aspetto contabile «il bilancio per lo Stato è ben lungi dal pareggio: su una spesa di 68,7 miliardi ne sono rientrati, sotto forma di maggiori imposte e contributi sociali, poco meno di 14». E da allora i numeri sono peggiorati.

 

Insomma, si è fatto fare un saltello al Pil, come sempre accade quando si regalano soldi, e in cambio si sono compromesse le manovre economiche a venire e si è creato un disastro contabile, anche grazie a quei meccanismi di cessione del credito che Mario Draghi definì «senza discrimine e senza discernimento». Giù per la tana del Bianconiglio, nel paese delle meraviglie dove vivono Conte e i Cinque Stelle, quella giallorossa è stata invece un’età dell’oro. «A Meloni abbiamo lasciato un’Italia che correva come una Ferrari, oggi ci ritroviamo con una bici con la pedalata assistita», raccontava ieri Conte preso dall’estasi per se stesso. «Il +11% di Pil del biennio 2021-2022 generato dalle nostre misure è uno sbiadito ricordo. Con Meloni, nel secondo trimestre di quest’anno, -0,4% di Pil».

Così il Roosevelt di Volturara bara tre volte. Oltre a sfruttare il doping della spesa pubblica senza controllo, si prende il merito dell’“effetto Draghi”, ossia di colui al quale nel febbraio del 2021 dovette lasciare il posto per manifesta incapacità, e si guarda bene dal ricordare il crollo dell’8,9% registrato del Pil nel 2020, che ovviamente fu causato dal Covid, ma senza il quale non ci sarebbe stato il rimbalzo degli anni successivi, che Conte attribuisce invece alla propria bravura.

 

Quanto al valore della sua Ferrari, è facile calcolarlo. Da quando ha lasciato palazzo Chigi ad oggi il numero degli occupati è cresciuto di un milione e 360mila unità, soprattutto grazie ai contratti a tempo indeterminato (+927mila). Ci sono 575mila disoccupati in meno, l’indice di Borsa Ftse Mib è salito del 22,4%, l’indice di fiducia delle imprese è passato da 93,2 a 106,8 e quello che misura la fiducia dei consumatori da 101,4 a 106,5. Certo, non è solo merito dei governi che sono venuti dopo il suo: hanno pesato la congiuntura internazionale e cento altri fattori, come sempre in questi casi.

Dipende soprattutto dalle scelte di spesa di chi governa, invece, l’andamento del debito pubblico. Quando Conte lasciò, questo era pari al 160% del Pile cresceva, e la Corte dei Conti avvertiva palazzo Chigi che era «sbagliato ritenere che la mancanza di un vincolo esterno europeo all’espansione del debito pubblico debba spingerci ad accrescerlo oltre i limiti prefigurati», anche perché ridurlo sarebbe stato «compito arduo»: facile profezia. Ciò nonostante, oggi il debito è al 143,5% del Pil e continua a scendere, a caro prezzo. L’unica consolazione è che il tempo delle fattucchiere sembra davvero finito. Molti elettori hanno capito che nessun pranzo è gratis, c’è sempre un gonzo che lo paga. Anche nel momento in cui l’economia inizia a rallentare e la corsa dell’occupazione pare essersi fermata, e dopo che il reddito di cittadinanza è stato cancellato, i partiti di Conte ed Elly Schlein non se ne giovano e continuano a perdere colpi. Il sondaggio di Quorum/YouTrend diffuso ieri fotografa Fdi in crescita, nientemeno che al 31,2%, e il Pd e i Cinque Stelle in flessione, al 19 e al 15,2%. Il che ha dell’incredibile, se si guarda alle difficoltà che sta incontrando l’esecutivo. Ma si spiega molto facilmente se si leggono le ricette che offrono, per l’economia, l’immigrazione e il resto, i leader dei due partiti d’opposizione.

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