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Pd? Dopo aver affossato l'Ilva, ci spiegano come salvarla

Annarita Digiorgio
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Il 30 novembre il premier Meloni ha convocato a Palazzo Chigi i ministri Fitto, Giorgetti e Urso per trovare una soluzione al dossier Ilva, arrivato ormai ai titoli di coda. Dall’altra parte il partito democratico per bocca di Francesco Boccia torna a sventolare sul Fatto Quotidiano lo spettro dell’amministrazione straordinaria per la gestione dell’Ilva di Taranto. La situazione dello stabilimento Ilva, prima ancora che dell’azienda Acciaierie d’Italia, è al capolinea.
Stretto nella morsa tra magistratura, governi, ricorsi al tar della Regione e ordinanze di chiusura sindacali. Ma stavolta la fine è segnata da una circostanza insuperabile: gli altoforni si stanno spegnendo uno dopo l’altro. E non ci sono i soldi per farli ripartire. Non parliamo delle chiacchiere di chi riempie giornali e aule parlamentari di parole vuote e roboanti come acciaio green o decarbonizzazione. Ma della gestione degli affari correnti, che per Ilva vuol dire pagare carbone e gas per alimentare gli impianti. Che una volta spenti, non si riaccendono più.

1700 SENZA SPERANZA
Di fronte a questa situazione la cosa peggiore che possa capitare è una seconda amministrazione straordinaria, come auspica il Pd.
Ricordiamo che è ancora in corso e attiva quella voluta proprio dal Pd nel 2015, che oggi, attraverso tre commissari, è la sola proprietaria di tutta l’area e gli impianti, di cui Acciaierie d’Italia è solo affittuario. E tiene in carico 1700 ex lavoratori in cassa integrazione straordinaria dal 2018. Che diversamente da quanto previsto da Calenda, in seguito alla modifica degli accordi parasociali voluti da Conte nel 2020, non torneranno mai più a lavoro. Anche se nessuno ad oggi ha avuto il coraggio di dirglielo. E che non vedono speranza. Non vengono utilizzati neppure per le bonifiche in corso, poiché i commissari dicono che le ditte hanno bisogno di operai specializzati.

In 300 a rotazione vanno a fare solo la vigilanza ai cantieri. E solo 500 hanno accettato di fare i corsi di formazione, finalizzati più all’ottenimento del rimborso che alla rioccupazione. A questi si aggiungono i 3mila cassintegrati di Acciaierie d’Italia, con uno stipendio addirittura inferiore a quelli dell’amministrazione straordinaria. Liquidare la joint venture tra ArcelorMittal e Invitalia voluta da Conte, Arcuri, Gualtieri e Patuanelli nel 2020, e mettere una seconda a.s. come chiede il Pd, significherebbe distruggere azienda, indotto, fabbrica, lavoro, e casse pubbliche come dal 2015 al 2018. Non abbiamo contezza di quanto costarono ai cittadini italiani quelli anni di gestione pubblica, poiché per definizione l’amministrazione straordinaria ha i bilanci omissis. Questo consente appunto di accumulare perdite e macinare prestiti senza doverli rendicontare. Anche se furono ugualmente sanzionati dalla commissione europea come aiuti di Stato. Vacche grasse in quegli anni per i dirigenti voluti dal Pd, con uno dei commissari attualmente imputato per corruzione con l’accusa di aver corrotto l’ex procuratore capo di Taranto anche lui a processo proprio per favorire la fabbrica. Sappiamo solo che in quegli anni Ilva perdeva 50 milioni al mese, che aveva dimezzato la produzione, e che servirono dieci decreti per rinviare anno dopo anno le prescrizioni ambientali cui la gestione pubblica non ottemperò.

CREDITI MILIONARI
Solo con l’arrivo di Arcelormittal quelle prescrizioni furono rispettate, con due miliardi di investimenti privati per l’adeguamento ambientale. Mentre tutti i fornitori dell’azienda liquidata finirono al passivo, e dopo 8 anni ancora aspettano dal pubblico la restituzione di quei crediti milionari che probabilmente non rivedranno mai più. Solo il Partito Democratico, che in quegli anni la faceva da padrone a tutti i livelli, può paventare ancora l’amministrazione straordinaria come salvifica. Boccia ovviamente non manca occasione di dire che fu sbagliato dare l’azienda ad ArcelorMittal. Dimentica che l’unica concorrente, Jindal, ha poi preso Piombino senza aver investito neppure cento milioni per il promesso forno elettrico, in un’acciaieria che oggi è al collasso con produzione ferma e cassa integrazione straordinaria al pari di Ilva.

 

 

Boccia dice anche oggi che il Pd difende la salute e la vita, mentre la destra l’inquinamento. Preferiamo il Boccia del 2012, quando era lui a dire ai magistrati di Taranto che si sarebbero dovuti fermare prima del sequestro, perchè quell’azienda non era inquinante come la descrivevano. Senza quell’intervento della procura di Taranto, e la decisione scellerata del governo Letta di espropriare preventivamente la fabbrica ai Riva, oggi sarebbe ancora la più grande acciaieria d’Europa. Mentre ora il governo Meloni è legato dai contratti vincolanti firmati, da ultimo, da Conte durante il governo Pd e 5Stelle. Quando festeggiarono l’entrata in società con Arcelormittal lasciandola libera, senza scudo penale, di decomissionare la controllata Italiana. Quale acciaierie al mondo si metterebbe mai in società con lo Stato italiano, legato alle pretese elettorali, populiste e clientelari della politica statalista e una magistratura senza limiti di potere?

 

 

VUOTO A PERDERE
Anche le acciaierie italiane, da ultimo Emma Marcegaglia due giorni fa, hanno detto che Ilva va salvata. Ma nessuno di loro ci metterebbe dentro un euro, sapendo che per grandezza, vetustà, posizione, politici locali e lavoratori da mantenere, finche non può tornare a produrre 8 milioni di tonnellate all’anno da altoforno, è solo un vuoto a perdere. Il Pd, che ora dice di voler difendere produzione e lavoratori, dimentica di essere lo stesso che va a Taranto a sostenere il governatore Emiliano e il sindaco della città, i quali fra ricorsi e ordinanze vogliono chiudere l’impianto. Il tentativo del governo attraverso il ministro Fitto di evitare la statalizzazione dell’azienda è stato l’ultimo sforzo per provare a salvarlo. Il sei dicembre dopo il cda sapremo se sarà andato a buon fine. L’ultimo tentativo per rimediare a un crimine industriale perpetrato basandosi sull’ignoranza, l’incompetenza, la strumentalizzazione elettoralistica e sul continuo cambiamento di obiettivi, programmi e piani. Senza portarne a termine neanche uno. In nessuna altra parte del mondo sarebbe stato possibile il crimine industriale che Pd e 5stelle hanno fatto alla più importante fabbrica del Paese. E ancora parlano. 

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