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Ceccardi e Sardone minacciate? Le femministe tacciono sui soprusi islamici

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Giovanni Sallusti
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Silvia e Susanna non sono donne. Intendiamoci, sono esseri umani di sesso femminile, ma questo non è mica sufficiente per essere “donne” in senso pieno, certificato, televisivo, paraboldriniano. Essì, perché Silvia e Susanna, anzitutto, non sono donne di sinistra, e già aprono un pericoloso fossato tra il genere e l’ideologia. Non solo: sono dichiaratamente leghiste, traditrici conclamate della quota ros(s)a prevista per loro dal mainstream. Di più, sono perfino europarlamentari del Carroccio, e non fanno niente per nasconderlo. Ma soprattutto, Silvia Sardone e Susanna Ceccardi hanno l’indelebile colpa originaria di battagliare contro l’unico, macroscopico patriarcato di oggi: quello islamico. Silvia Sardone fa da sempre della lotta al velo oppressivo e spersonalizzante una delle ragioni del proprio impegno politico, e in questi giorni ha preso posizione contro la follia multiculti della scuola chiusa per Ramadan in quel di Pioltello.

Di seguito alcuni dei messaggi dialoganti che le sono arrivati in risposta sui social. «Stai zitta, troia, cristiana di merda». «Sei solo invidiosa della nostra religione musulmana, spero che muori cogliona del cazzo». «Ti spacco la faccia e ovviamente buon Ramadan» (ovviamente, ci mancherebbe). C’è chi va dritto alla dichiarazione d’intenti: «Ti stupro». E chi punta a far prevalere la civiltà (coranica): «Noi vi conquisteremo, preparati a mettere il velo»; «Testa di cazzo, te lo metto il velo a pugni in testa». Ma forse il più definitivo, proprio perché privo di turpiloquio ma con la parola chiave riassuntiva, è «noi vi sottometteremo». La domanda retorica di Silvia è: «Posso dire no a una scuola chiusa per il Ramadan, alle continue promozioni in chiave positiva del velo islamico e alla diffusione delle moschee abusive in cui non si sa cosa si predica?». La risposta ovviamente è no, tanto che lei è sotto scorta per le sue opinioni sgradite all’islamicamente corretto, oggi, in Italia, Europa, Occidente. Nonché espressamente minacciata di essere violentata, velata a forza e uccisa. Sillabe proferite in proposito dal collettivo Non una di meno (tranne che sia leghista), dalle editorialiste e prezzemoline tivù in lotta dura col patriarcato (immaginario), dalle vestali del femminismo italico: zero.

 

 



«BALLEREMO SULLA TUA TOMBA»
Susanna Ceccardi è un’altra che, non da oggi, conduce una battaglia fallaciana e anti-buonista in difesa della libertà autentica delle donne, contro i maschi autenticamente liberticidi. Per l’8 marzo è uscita con una campagna di affissioni che raffiguravano una donna in niqab accompagnata dalla scritta: «In Europa hai gli stessi diritti di tuo marito» (tradotta anche in arabo). Un’apoteosi di femminismo, in un mondo normale. In questo che ci è toccato in sorte, i manifesti di Susanna sono stati imbrattati in quanto “discriminatori” dalle femministe, impegnate ad aggiornare il concetto di surrealismo. Non solo: le comunità islamiche hanno scritto addirittura al presidente della Repubblica, contestando la libertà d’espressione dell’europarlamentare.
Ma soprattutto, Susanna è stata bersaglio di comunicazioni concilianti come «balleremo sulla tua tomba», auguri espliciti di morte e minacce assortite perché «non capisci nulla di islam». Sillabe proferite in proposito dal collettivo Non una di meno (tranne che sia leghista), dalle editorialiste e prezzemoline tivù in lotta dura col patriarcato (immaginario), dalle vestali del femminismo italico: zero.

QUALE CIVILTÀ
Ma la colpa è loro, di Silvia e Susanna, perché non si odiano abbastanza, in quanto donne occidentali. Anzi, non si odiano proprio, insistono perfino a ricordare che c’è uno scontro di civiltà in corso, e rivendicano fieramente come la libertà del corpo e della mente delle donne sia prevista soltanto nella civiltà del diritto e della persona, della laicità e dell’individuo, nella loro civiltà, nella nostra. È la bestemmia suprema, per il pazzotico femminismo contemporaneo che non di rado scambia la causa delle donne con quella di Hamas. E poi, c’è quella tessera di partito che le condanna senza appello. Perché, nella realtà ormai riadattata a canoni orwelliani, le donne leghiste sono meno donne delle altre.

 

 

 

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