Del presidente della Repubblica Sergio Mattarella e del suo undicesimo messaggio di Capodanno colpiscono sicuramente le parole dette sull’Italia di oggi, «affermata» e per niente in «disastro» come nei cartelli levati dalle opposizioni nell’aula di Montecitorio, a cominciare dalla segretaria del Pd Elly Schlein, contro l’approvazione definitiva della legge di bilancio. Senza il ricorso al cosiddetto esercizio provvisorio che sarebbe stato un po’ in sintonia con l’immagine disastrosa, ripeto, sventolata dai signornò dell’improbabile alternativa al centrodestra della Meloni. Ma ancor più colpisce, specie agli occhi degli addetti ai lavori, che spaccano sempre il capello in quattro, le parole non dette da Mattarella “sfogliando l’album delle immagini” della Repubblica, come lui stesso ha detto, prossima all’ottantesimo compleanno. Una Repubblica nata avendo alle spalle il fascismo e che, stando alle rappresentazioni delle opposizioni, anche dichiaratamente o presuntivamente moderate, rischierebbe di covarne una replica al femminile, con la Ducia a Palazzo Chigi ormai da quasi tre anni e mezzo. Fascismo e antifascismo appartengono a un passato tanto passato, verrebbe da dire, che il Capo dello Stato non ha ritenuto di doverne neppure parlare.
Davvero «la Repubblica è lo spartiacque nella storia dell’Italia», come Mattarella ha detto invitando tutti a riconoscervisi. «La Repubblica siamo noi. Ciascuno di noi», ha insistito Mattarella annusando e rappresentando il clima vero del Paese, né disastrato né a rischio del fascismo che i signornò, ripeto, avvertono e denunciano ad ogni atteggiamento, decisione, parola pronunciata dalla premier fiera della stabilità che il suo governo rappresenta. E che a volte sembra avvertita e apprezzata all’estero più che in Italia, tante sono le barricate che le opposizioni cercano di alzare col vecchio binomio del fascismo e dell’antifasci smo.
Le opposizioni, dicevo. Ma c’è qualcosa di diverso, di nuovo che comincia ad affiorare anche da quelle parti. E che sarebbe stupido, oltre che disonesto, ignorare. Affiora, paradossalmente, nell’avvitamento di cui hanno finito di rimanere prigionieri i due maggiori esponenti che se ne contendono la leadership. E che sono naturalmente la già menzionata Schlein e l’ex premier Giuseppe Conte. Storditi o distratti dai botti di Capodanno e della vigilia, a molti è forse sfuggito il segnale lanciato in una intervista al Foglio dal sindaco di Napoli Gaetano Manfredi, già ministro peraltro del secondo governo di Conte. Ma ancor più, o soprattutto, presidente dell’associazione nazionale dei Comuni e anche per questo promosso dagli stessi Schlein e Conte a elemento essenziale, emblematico dell’alternativa realizzata per ora in sedi locali, a co minciare dalla Campania, e da costruire in sede nazionale, ma con comodo. Di un programma comune, delle trecento pagine dei tempi di Romano Prodi o di ancor più o meno, Conte è disposto ad occuparsi non prima dell’autunno prossimo. E chissà che cosa potrà accadere nel frattempo in quella che Prodi chiamava “officina” del suo Ulivo e poi Unione, e per ora è solo un campo di larghezza variabile e indefinita. Ebbene, richiesto di esprimersi sulla prospettiva della Meloni al Quirinale nel 2029, alla scadenza del mandato di Mattarella, e quando lei avrà già da due anni l’età minima richiesta per salire al vertice dello Stato, Manfredi ha evitato di strapparsi capelli e abiti come abitualmente fanno protagonisti, attori e comparse della sua area, chiamiamola così. Ed ha ammonito gli esagitati, o esagitandi, che «non aiutano la sinistra i toni apocalittici» di una Ducia immaginata al Quirinale dopo l’esperienza a Palazzo Chigi. Manfredi ha liquidato tutto questo malumore o timore come «un pregiudizio». E dei pregiudizi, si sa, come d’altronde delle buone intenzioni, è lastricata la via dell’Inferno.




