«Non vedo alcuna ombra di autoritarismo nella riforma, né di aggressione alla Costituzione», piuttosto «è il completamento di riforme di cui noi, a sinistra, siamo stati protagonisti». E rivolto al suo partito, il Pd, Enrico Morando, già parlamentare e viceministro, avverte: «Pensare che in questo modo si faciliti la costruzione delle alleanze è un errore, così si costruiscono alleanze deboli».
Morando, la campagna del No è cominciata con Maurizio Landini, segretario generale della Cgil, che ha parlato del «disegno politico di mettere in discussione l'indipendenza della magistratura» e della «volontà autoritaria» del governo. Cosa ne pensa? Voi del Sì difendete la deriva autoritaria?
«Il referendum si tiene su una riforma costituzionale che prevede la separazione delle carriere tra magistrati requirenti e giudicanti, con interventi sull’aspetto disciplinare e sulla formazione dei due Csm. Gli elettori sono chiamati a pronunciarsi su questo. Non riesco a vedere, in questa riforma, l’ombra dell’autoritarismo, della degenerazione autoritaria, dell’aggressione alla Costituzione. Piuttosto, si tratta di una riforma che completa un processo che ha visto la sinistra protagonista. Prima con l’introduzione del rito accusatorio nel processo penale per iniziativa del senatore Vassalli, socialista, grande giurista e partigiano combattente, e poi con l’introduzione in Costituzione del principio del giusto processo. La separazione delle carriere è una conseguenza coerente con queste due riforme che hanno visto la sinistra protagonista».
Elly Schlein, invece, ha detto che questa non è una riforma per la giustizia, perché non tocca i veri nodi che rendono inefficiente il sistema. Alla segretaria del suo partito cosa risponde?
«Che ci siano altri temi da affrontare per far sì che il sistema giustizia risponda ai problemi dei cittadini non c’è dubbio, ma il benaltrismo non funziona. Introdurre la separazione delle carriere è il coronamento di riforme che noi, a sinistra, abbiamo fatto. Avere un giudice terzo è una garanzia per i cittadini che ha tanto rilievo quanto ne hanno i problemi della riorganizzazione della macchina giudiziaria».
Chiudiamo il cerchio con Giuseppe Conte che, sempre al lancio della campagna per il No, ha detto che la riforma rappresenta "il ritorno della casta dei politici” e di chi “vuole avere le mani libere”.
«La riforma di cui stiamo discutendo non parla di questo. Il rapporto tra politica e giustizia non viene in nessun modo affrontato dal quesito referendario, è un processo alle intenzioni. Se un cittadino vota sulla base di questo criterio, esprime un voto che non va al nocciolo della questione. Il tema del rapporto tra politica e giustizia è serissimo, ma non è minimamente toccato dalla riforma. L’indipendenza e l’autonomia dei magistrati non vengono in alcun modo toccate».
È evidente che l’obiettivo è di cavalcare politicamente il referendum per indebolire il governo Meloni a un anno e mezzo dal voto. Dal punto di vista dell’opposizione, un calcolo che ha un senso.
«Io ricordo d’essere stato vittima, anche a causa degli errori da noi commessi, di questo stravolgimento della realtà per cui non si vota sul merito, ma per confermare o negare la fiducia nei confronti di un governo. È un errore».
Si riferisce alla riforma costituzionale Renzi-Boschi?
«Sì. Noi all’epoca abbiamo commesso, che lo volessimo o no, l’errore di far coincidere il giudizio sulla riforma con quello sul governo. Io penso che dovrebbe venire il momento in cui sia centrodestra, sia centrosinistra si mostrano consapevoli che quello costituzionale non è terreno su cui far valere la competizione tra maggioranza e opposizione. Abbiamo sbagliato noi in passato a fare riforme a colpi di maggioranza e ha sbagliato questo governo a non voler modificare nemmeno una virgola del testo presentato, cosa che non ha precedenti nella storia. Però l’opposizione si è ben guardata dallo sfidare il governo, dicendo: “Noi siamo disposti a votare a favore, se accetti delle modifiche”. La reciproca chiusura di maggioranza e opposizione produce l’effetto di fugare le questioni vere».
Lo scontro tra schieramenti politici sembra prevalere su tutto. Secondo lei è possibile sfuggire da questo schema?
«Lo sforzo che stiamo facendo, a partire dall’iniziativa di lunedì a Firenze, è proprio richiamare entrambi gli interlocutori a fare la propria parte, ma stando sul merito. Stiamo assistendo addirittura all’affissione di manifesti dell’Anm con messaggi che non hanno alcun fondamento. Si tratta di forzature che possono avere efficacia propagandistica, ma fanno male al confronto politico».
Lunedì, a Firenze, con l’Associazione Libertà Eguale lanciate un’iniziativa dal titolo “La sinistra che vota sì”. Quale è il messaggio?
«Il messaggio che vogliamo lanciare è questo: stiamo al merito della riforma. E nel merito, la separazione delle carriere tra magistrati requirenti e giudicanti è una soluzione positiva per la democrazia».
Molti nel Pd non la pensano così.
«Le persone con cui io ho avuto modo di parlare, hanno obiezioni sul sorteggio per la composizione del Csm, sul rischio che ci sia un pm superpoliziotto. Io non condivido queste osservazioni, ma sono legittime. L’importante è confrontarsi nel merito».
Secondo lei perché il vertice del Pd ha deciso di sposare la linea Landini-Anm?
«In questo, come in moltissimi altri casi, prevale un errore di politicismo, la sopravvalutazione, sopra ogni argomento di merito, del tema delle alleanze politiche. Facciamo così perché in questo modo facilitiamo il percorso di costruzione di più solide alleanze. Io penso che in questo modo si costruiscono, invece, alleanze troppo deboli».




