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Vannacci, non c'è spazio a destra per brutte imitazioni

Le scissioni fanno male a chi se ne rende protagonista. Anche se hanno il sapore di un ritorno alle origini
di Annalisa Terranovamercoledì 4 febbraio 2026
Vannacci, non c'è spazio a destra per brutte imitazioni

3' di lettura

Chiamatela pure la “sindrome di Badoglio” ma al di là dei nomi è certo che a destra le scissioni sono sempre sventurate sia per i risultati elettorali sia per il destino dei politici che lasciano i partiti di riferimento. Che si dicano moderati o rivoluzionari poco importa: l’elettorato di destra non gradisce il “tradimento”. Un esempio lampante? Il destino di Democrazia nazionale. Quella dolorosa scissione nel 1976 portò via al Msi 17 deputati su 35 e 9 senatori. Tolse più della metà del finanziamento pubblico al partito di Almirante. Eppure le prove elettorali furono più che deludenti: l’1% alle comunali di Trieste (prima prova del partito scissionista che voleva creare una destra costituzionale), 0,6% alle regionali del Friuli. Disfatta alle politiche del 3 giugno 1979: Dn ottiene lo 0,63% alla Camera e lo 0,56% al Senato. Almirante li bollò come traditori e venduti alla Dc e l’elettorato missino gli credette.

Certo Vannacci ha tutt’altre intenzioni, intende pescare a destra della destra e se De Marzio ricevette alla Camera gli auguri e i complimenti di Aldo Moro per il coraggio dimostrato nel lasciare il Msi, il generale deve accontentarsi degli abboccamenti di Matteo Renzi, almeno stando ai retroscena raccontati da Francesco Verderami sul Corriere. Ma appunto per chi se ne va non vale il “che male fa” cantato da Caterina Caselli. Le scissioni fanno male a chi se ne rende protagonista. Anche se hanno il sapore di un ritorno alle origini. Avvenne così per la rifondazione missina di Pino Rauti e Giorgio Pisanò all’indomani del congresso di Fiuggi nel 1995 che aveva trasformato il Msi in An. Quella scissione – annota Marco Tarchi – «nasce intorno a una mozione degli affetti e smentisce le riflessioni innovative di Rauti degli anni ’70. Un passo indietro profondamenteim politico che si spiega solo con un cedimento a ragioni sentimentali». Dal momento della scissione il Movimento sociale-Fiamma tricolore andrà incontro a litigi interni che porteranno lo stesso Rauti a lasciare il nuovo partito che sarà guidato da Luca Romagnoli.

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Qui bisogna aprire una parentesi: chi ha la Fiamma nel simbolo ha anche i voti della destra, gli scissionisti non appaiono infatti solo come “traditori” ma soprattutto i loro partiti non scaldano i cuori perché manca loro il senso di continuità con una storia e una tradizione che solo la Fiamma custodisce a pieno. Avverrà lo stesso per il movimento vannacciano? Certo il percorso delle liste che nascono a destra della destra in polemica col leader del momento, come ad esempio La Destra di Francesco Storace (nata nel 2007) cui inizialmente aderì anche Daniela Santanchè, sembra segnato: essere cioè poco più che una lista di disturbo. All’interno di questi micropartiti inoltre si nota subito un alto tasso di rissosità, con esponenti storici che rivendicano più spazio e più potere e che si sentono messi ai margini (motivo per il quale Musumeci ad esempio lasciò La Destra di Storace). Innegabile che senza la Fiamma originale e originaria nessuna lista può sfondare, anche se arruola la “nipotissima” Alessandra Mussolini come avvenne con Alternativa sociale federata con Adriano Tilgher e Roberto Fiore. L’ultima scissione a destra, animata da Gianfranco Fini, non fu meno disastrosa. Futuro e Libertà possedeva tra l’altro un vizio d’origine: essere solo anti-Berlusconi.

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Anche Vannacci si porta dietro questo limite: essere anti Europa e anti immigrati, il che si unisce a una simpatia sospetta per Vladimir Putin. Giorgia Meloni ha avuto il grande merito di riunire attorno a FdI tutti i rivoli della diaspora a destra. Ma certo ora che FdI può contare sul 30% dei consensi non si metterà a rincorrere le siglette che fanno leva su nostalgismo ed estremismo. Per quanto riguarda Matteo Salvini di certo potrà giocare la carta del leader pugnalato alle spalle, come fece Giorgio Almirante con Democrazia nazionale. E allora anche Vannacci dovrà prestare molta attenzione alla “sindrome di Badoglio”.

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