Era chiaro dall’inizio: l’aspettativa di vita della famosa “svolta securitaria” del Pd non poteva che essere quella classico gatto in tangenziale. Era destinato cadere nel vuoto l’appello di Walter Veltroni: «la parola sicurezza non sia più un tabù». A innescare la pericolosa deriva destrorsa era stato il dibattito su Cecilia De Astis, milanese uccisa da quattro ragazzini rom a bordo di un’auto rubata la scorsa estate. Fu allora che Debora Serracchiani aveva lasciato a bocca aperta i compagni pronunciando la seguente sentenza: I nomadi che sbagliano devono pagare». Una affermazione che parrebbe totalmente scontata, ma non per la psicostoria Pd. E Elly Schlein aveva accolto lo spunto. Così è scattata l’ora della legalità Dem.
Come è andata a finire? Di fronte ai fatti di Torino, il Pd ha risposto con una mozione unitaria con Avs, che scende in piazza con Askatasuna senza tracce di pentimento (e anzi lancia accuse ai poliziotti). Di fronte al nuovo decreto del governo- che se non altro cerca di dare risposte ad alcuni problemi reali - ha risposto con la consueta vaghezza parlando di “prevenzione” e “rispetto pieno delle libertà costituzionali”, per tornare ovviamente sul solito scassato binario, quello dell’allarme fascismo. Parole che lasciano la solita impressione, ovvero che su sicurezza e legalità tra quel che chiede il paese e quel che offre il centrosinistra ci sia un abisso. Prendiamo le occupazioni: Il centrodestra sostiene lo sgombero di tutti i centri sociali, anche di CasaPound. Il Pd è tornato ieri a chiedere un solo sgombero: quello di Casa Pound.




