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Gabriele Albertini: "Io e la pace con l'Umberto"

di Gabriele Albertini sabato 21 marzo 2026

5' di lettura

«L’Albertina!». «La candidata!». Furono queste le prime parole con cui venni apostrofato dall’allora Segretario della Lega, nel febbraio 1997, appena candidato sindaco di Milano da Silvio Berlusconi, sostenuto dalla coalizione di centrodestra. Bossi, ovviamente, appoggiava la rielezione del sindaco uscente, il leghista Marco Formentini e non aveva trovato di meglio che alludere ad una mia presunta omosessualità, forse, come ebbe a giustificarsi, anni dopo, quando si concluse una rottura durata 7 anni e si riconciliò con Berlusconi, per i miei modi da “damerino”, accennando anche con il gesto d’accarezzarsi l’orecchio, che alludeva all’espressione “nu poco recchione”, in napoletano o “uregia” in milanese per la mia effemminata gentilezza dei modi, da contrappore alla maschia rudezza del tratto del suo candidato.

Durante i miei primi quattro anni la Lega fece in Consiglio Comunale un’opposizione violenta ed aggressiva. Ricordo i 4.500 emendamenti per impedirci di votare la privatizzazione dell’Aem ed anche i toni volgari e davvero sgradevoli della sua parte politica. Tanto che, nei secondi “Stati Generali” della città, nel febbraio 2001, senza avvisare nessuno, neanche Berlusconi, né concordare la proposta con le forze politiche del centrodestra, proposi che la Lega, non facesse parte della coalizione, per coerenza con i quattro anni all’opposizione dura, ma venisse accolta in maggioranza, dopo la nostra vittoria, aggiungendo i suoi voti a quelli del premio di maggioranza del 60% di consiglieri comunali, che ogni sondaggio ci attribuiva, per la sicura affermazione del sindaco uscente e delle liste a sostegno della sua candidatura.

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Alla fine del mio primo mandato, dopo 4 anni, la Lega, a Milano, era passata dal 16% delle comunali del ’97 al modesto 4% delle elezioni amministrative del 2001, come già i sondaggi indicavano e poi avvenne e Bossi, consapevole della situazione, fece di tutto per entrare in maggioranza, già in campagna elettorale, come lo era nelle elezioni politiche nazionali, anche per le amministrative milanesi.

Posi delle condizioni: la firma da parte sua del programma elettorale, con l’impegno scritto a rispettarlo e di tutti i candidati consiglieri di tutti i partiti della coalizione, asseverato da un notaio e le sue scuse scritte per quelle espressioni di quattro anni prima, che mi avevano molto infastidito. Non ho nulla contro l’omosessualità degli altri, ma certo mi aveva molto contrariato che mi venissa attribuita una tendenza sessuale opposta alla mia e senza nessuna plausibile reale prova.

Ci furono difficoltà a fargli sottoscrivere l’impegno ad impegnarsi alla coerenza, sottoscrivendo il programma elettorale, tanto da dover porre come condizione per accettare la mia ricandidatura, che questo avvenisse, mentre la lettera di scuse e di giustificazione, molto cordiale e professionale, fu subito recapitata... e qui, ebbi, scusate l’immodestia, il mio “colpo di genio”!

Forse alcuni dei miei 25 lettori hanno visto e ricordano un bellissimo e divertente film del 1988: Un pesce di nome Wanda ed una scena, in cui un azzimato parruccone del foro di Londra, dopo aver rifiutato sdegnosamente di presentare le sue richieste scuse, in seguito, ripreso di profilo, recita una filastrocca umiliante, proferendo un’ammissione totale, esageratamente succube... l’inquadratura si allarga e si capisce il perché: si trova a testa in giù, trattenuto per le caviglie al 6° piano di un edificio dal muscoloso offeso, che le ascolta compiaciuto...

Presi spunto da quelle parole mortificanti, ne feci una parafrasi per applicarla alla situazione di Bossi e mia ed ecco il testo, che presentai, serissimo, come lettera di scuse che pretendevo, non chiedevo al Senatur di firmare ed indirizzarmi, alla delegazione leghista, composta da alti dirigenti del partito, tra i quali, Speroni e Calderoli, forse, anche Maroni: «Sono molto, molto spiacente e mi scusi senza riserve!... Sì, Le offro una completa ed assoluta ritrattazione! Il riferimento alla Sua presunta omosessualità era del tutto priva di fondamento, anzi erano dichiarazioni non comprovate. È stato tutto motivato dalla mia malizia e mi addolora che qualche commento possa aver arrecato danni morali a Lei o alla famiglia. E qui giuro di non ripetere tali offese né ora né mai in futuro».

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Gli increduli interlocutori, dopo aver obiettato, che uno scritto così mortificante non sarebbe mai stato firmato dal segretario federale, se ne andarono, con le orecchie basse e sconsolati e credo anche un po’ “inc....ti”, dopo aver ascoltato le mie, inderogabili decisioni: senza la sua firma apposta su quella lettera, confermata, parola per parola, non avrei accettato di ricandidarmi con la Lega in coalizione! Mi aveva pubblicamente umiliato! Volevo umiliarlo!
Ovviamente, la vicenda montò a livelli parossistici, i leghisti fecero conoscere ai media le mie richieste e s’aprirono discussioni in tutte le sedi: giornali, talk-show televisivi, assemblee di partito, circoli culturali, incontri pubblici sulla mia sanità mentale et similia... Al culmine del dibattito, mancava solo che venisse intervistato un premio Nobel in medicina su un caso di psicosi come il mio, dichiarai lo scherzo! Era un “falso d’autore” volevo solo “prendere in giro Bossi”, non umiliarlo!

Il seguito fu ancora più divertente e mi fece conoscere un aspetto di Bossi, che da qui in avanti chiamerò Umberto, che non conoscevo e che mi portò ad apprezzarlo e quasi a volergli bene. Non solo ci rise sopra, ma accolse con vero senso dell’umorismo, il “tapiro d'oro” che l’ottimo Staffelli di Striscia la notizia aveva consegnato a me, autore dello scherzo, in un primo tempo e che io, credo opportunamente, avevo richiesto che venisse consegnato all’attapirata vittima dello scherzo: «il Sen. Umberto Bossi».

Da quel momento, i nostri rapporti cambiarono. Certo, la Lega conservò, sotto la guida del fondatore quelle sue caratteristiche di anticonformismo, spregiudicatezza, inventiva, anche ruvidità di modi e di gesti, ma sulla serietà degli ideali sull’onestà intellettuale e patrimoniale di Umberto, posso solo esprimere la mia sincera ammirazione. Anche gli scandali in cui, purtroppo scivolò, non furono a lui attribuibili, ma al “cerchio magico”, che ne aveva condizionato l’esistenza, non solo politica, e che ne avevano provocato l’ottundimento e lo condizionavano oltre la sua volontà.

È stato un guerriero, un duro dai modi ruvidi, ma animato da convinzioni profonde e sincerissimo seguace e della sua coscienza e del suo, istinto politico, usando un’espressione che gli sarebbe piaciuta: «Un sagace politico, un pescecane che sente l’odore del sangue in una parte per milione e prima di tutti»! Umberto Bossi ci ha fatto sperare, con i suoi personalissimi modi in un’Italia migliore e l’epitaffio che gli dedico, non può essere mio, non arrivo a tanto! È per lui ed alla sua speranza, che è stata un po’ anche nostra, mentre raggiunge i Campi elisi di «Roma Ladrona»... Ecco mi soccorre Charles Peguy da Il portico del mistero della seconda virtù: «Sperare è dolce, più dolce che credere/più dolce che sapere./ La certezza ti appaga, la fede ti illumina/ma la speranza incanta./La speranza tiene sospesa l’anima sopra un filo d’argento/che si perde nei segreti spazi del cielo./La speranza è l’attesa trepidante/del buon seminatore./È l'ansia che si candida all'eterno./La speranza è infinitezzad'amore». Caro Umberto, nostro «buon seminatore», riposa in pace, nella certezza che sei scomparso solo alla vista, perché la parte migliore di te ti sopravvive e sarà sempre con chi hai beneficato... della tua e nostra speranza!

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