Vogliono appropriarsi pure dell’Inappropriabile, di Umberto Bossi, l’antimateria per qualunque circolino politicamente corretto a qualunque latitudine. Non è nemmeno il ragionamento dalemiano sulla Lega “costola della sinistra”, che era ancora un rigurgito di operaismo, di analisi socio-economica su quel che si muoveva nelle fabbriche e nella carne viva del Nord (per quanto presto rinnegato dal suo stesso autore). No, il tentativo di ieri di giornaloni, intellettualini e perfino avversari è stato quello molto più tristanzuolo di arruolare il Senatur nelle paturnie della propria bolla, e ovviamente di scagliarne il santino postumo contro il governo. A dettare il tono, il Caffè di Massimo Gramellini sul Corriere della Sera, intitolato «Umberto l’antisovranista». Svolgimento: il fondatore della Lega «era un apostolo del federalismo che sognava la fine delle nazioni e l’avvento degli Stati Uniti d’Europa», in pratica un co-firmatario ideale del Manifesto di Ventotene. Il capovolgimento integrale di una delle (tante) intuizioni premonitrici di Bossi, quella sul fallimento del centralismo eurocratico.
Non attaccava il Moloch statalista italico per costruire un super-Moloch a Bruxelles, ma per dare vita all’Europa come confederazione dei popoli e delle regioni. E Gramellini forse lo sa perfino, ma non gli importa la storia, gli importa la polemichetta di cronaca contro «il verbo sovranista insufflato nel corpaccione leghista da Salvini». Ancora più scatenato, sulle stesse colonne, Walter Veltroni, che parte dall’iconica frase bossiana «Mai con i fascisti!» (da abc dell’autonomismo, per realizzare il quale non si sognò nemmeno di andare con i comunisti o post-tali, ovviamente) per arruolarlo quasi ufficialmente nell’album di famiglia. «La sua formazione progressista e l’idea del radicamento sociale del suo movimento hanno pesato nella sua esperienza». Quasi una radice comune, la quale ha permesso che «lui e Roberto Maroni abbiano sempre pensato che la Lega si dovesse collocare saldamente nelle istituzioni».
Un riconoscimento cavalleresco che Veltroni non concesse in diretta al partito bossian-maroniano, di cui anzi contestò frontalmente la legittimità: «Chi non riconosce la bandiera nazionale non può governare!». Più empatico il ricordo di Pierluigi Bersani su Repubblica, ma strumentale quanto le precedenti l’allusione: «Non si sarebbe mai messo con Casa Pound». Nessuno dell’attuale centrodestra, ovviamente, si è «messo con Casa Pound», il tentativo di pubblicità comparata con l’oggi è zoppicante come certe metafore bersaniane. Su La Stampa, invece, troneggiava il seguente ritrattone: «Uomo del popolo, piaceva a sinistra». È per questo, che negli anni gli hanno dato (elenco parzialissimo) del razzista, del troglodita, dell’estremista, perfino dell’eversore: pensa non fosse «piaciuto a sinistra».
Strategica, nell’articolessa, la rievocazione della «nonna antifascista torturata perché custodiva una foto di Matteotti», solo casualmente infilata di seguito all’affermazione apodittica per cui Bossi «non amava Salvini». È la stessa nonna di cui non si ricordò nessuno tra i companeros il 25 aprile 1994, quando Umberto Bossi, fresco vincitore delle elezioni politiche col centrodestra, co-fondatore di fatto della Seconda Repubblica, si presentò in piazza a Milano per celebrare la Liberazione. Anzi, andò in scena un vero e proprio atto di squadrismo rosso, al grido di «fascista!», «traditore!», «ti faremo fare una brutta fine in piazzale Loreto!», con il drappello leghista circondato da centinaia di galantuomini che lanciavano di tutto. Quando Bossi era Bossi, quando faceva e disfaceva i governi, non era antifascista, antisovranista, radicato nella società, germogliato dalla tradizione progressista, e via blaterando in quello che visto il tasso di ipocrisia si è avvicinato a uno scempio concettuale della salma. Era né più né meno che la reincarnazione padana di Mussolini. Per cui lasciate stare, anime belle, il Senatur vi fa il memorabile gestaccio dalla sua attuale dimensione, che si chiama Storia.