Grazie a Dio, mi è capitato di vivere e raccontare, come elettore e cronista, tutti gli 83 referendum, singoli o a grappoli, abrogativi o confermativi, indetti negli 80 anni scarsi della Repubblica: a cominciare da quello sul divorzio del 1974. Che sfatò il mito della invincibilità della Democrazia Cristiana uscita vittoriosa dalle elezioni del 18 aprile 1948. Il referendum istituzionale del 1946 si era svolto in regime ancora monarchico, segnandone peraltro la fine. E io avevo potuto solo accompagnare da bambino mio padre e mia madre al seggio.
Di tutti i referendum vissuti, ripeto, da elettore e cronista, il più divertente rimane quello sul divorzio, immortalato dal Fanfani ridotto da Giorgio Forattini a un tappo saltato dalla bottiglia di champagne dei divorzisti. L’allora segretario della Dc ce l’aveva francamente messa tutta per meritarsi quello sberleffo, motivando il no alla conferma della legge sul matrimonio non più indissolubile con la necessità di proteggere la famiglia dal rischio di una tresca e poi di una fuga del marito con la cameriera.
Non meno divertente, almeno per i miei gusti, fu il referendum del 1985 voluto e perduto dalla sinistra politica e sindacale contro i tagli antinflazionistici alla scala mobile dei salari apportati da un presidente socialista del Consiglio, Bettino Craxi, figurativamente appeso da Forattini, sempre lui ma meno allegramente, con la testa in giù, e stivaloni neri, ad un cappio.
Disperante, sempre per i miei gusti, fu il referendum del 1991 contro le preferenze elettorali sottovalutato, invitando gli elettori a disertare le urne e a preferire il mare, da Bettino Craxi e da Umberto Bossi in sorprendente combinazione. A quell’errore Bossi sopravvisse politicamente, rimanendo ancora un po’ avvolto nella leggenda del guerriero, pur essendo morto poi in una amara solitudine, il mio amico Bettino no, entrando in un tunnel nel quale i magistrati spensero poi le luci.
Di novo divertente, sempre per i miei gusti, fu il referendum del 2016 sulla riforma costituzionale del governo di Matteo Renzi per lo spettacolo inedito che mi offrì della Repubblica di carta di Eugenio Scalfari divisa tra il fondatore favorevole e la maggior parte della redazione e dei collaboratori contrari. Scalfari dovette scendere dal suo Olimpo per difendersi.
E di questo referendum che si svolge fra oggi e domani? Direi che è stato il peggiore per il tipo di campagna che l’ha preceduto. Di una durezza, se non vogliamo dire violenza, senza precedenti. In cui sono stati scomodati anche i morti per iscriverli d’ufficio al fronte del no inventando interviste o interpretando riflessioni presunte, dedotte da discorsi o scritti di un certo ermetismo scientifico.
Ai morti scomodati con falsi e simili si sono aggiunti viventi dileggiati per avere avuto il tempo e la ragionevolezza di vedere la riforma della magistratura senza paraocchi, come “Tonino”. Mi riferisco naturalmente ad Antonio di Pietro, l’ex magistrato simbolo della mitica stagione delle “mani pulite”. Che ha ricordato a colti e incolti, amici vecchi e nemici nuovi, che un pubblico ministero, anche con i sette articoli della Costituzione modificati fra le proteste dei suoi ex colleghi, continuerà a poter essere fermato solo da un altro magistrato o da una bomba. Altro che sottoposto al governo, esplicitamente o implicitamente. Privato della sua autonomia e indipendenza da manipolazioni di fatto, diciamo così emotive, della carta costituzionale avvertibili solo dagli specialisti e subìte dal pubblico inconsapevole.
Il sottosegretario più graduato alla Presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, con l’esperienza che ha di magistrato ha liquidato come “processi alle intenzioni”, senza mai alzare la voce, gli allarmi suonati nella campagna referendaria sulla sottomissione della magistratura alla politica. Peraltro dopo che la politica è stata sottomessa alla magistratura con quel “brusco cambiamento degli equilibri” avvertito al Quirinale da Giorgio Napolitano, come non smetterò mai di ricordare ai distratti o ai sordi.




