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Quirinale, la sinistra vuole mandare uno di questi signori sul Colle

di Elisa Calessilunedì 30 marzo 2026
Quirinale, la sinistra vuole mandare uno di questi signori sul Colle

4' di lettura

Non si è aperta solo la gara per le primarie. Un’altra competizione, con in palio un premio anche più ambito di Palazzo Chigi, è oggetto di conversazioni e ragionamenti nel centrosinistra. Si tratta di quella per la presidenza della Repubblica, ruolo che spetterà di fatto a chi vincerà le prossime elezioni politiche. Il mandato di Sergio Mattarella, infatti, scadrà il 3 febbraio 2029. Dunque, a meno che il presidente della Repubblica non decida di dimettersi prima (ma in ogni caso l’addio avverrà nella prossima legislatura), le elezioni per il suo successore si terranno circa due anni, mese più mese meno, dopo l’insediamento del nuovo Parlamento. Non occorre spiegare perché il ruolo sia tanto ambito.

E va detto che, nella seconda Repubblica, il centrosinistra è riuscito sempre a eleggere un candidato della propria area. Magari dopo lotte intestine che hanno bruciato questo o quel nome (vedi Romano Prodi o Pier Ferdinando Casini), ma alla fine l’uomo del Colle è sempre stato espressione di accordi all’interno del centrosinistra. Non si vuole rompere la tradizione. Per questo i movimenti sono già iniziati.

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QUELLA RIUNIONE ALL’EUR
Gli aspiranti presidenti sono tanti. Come nel Conclave, vale la regola che chi entra “Papa”, in questo caso presidente, esce “cardinale”, nel nostro caso parlamentare o cittadino semplice. Vero è che, dopo la vittoria del No al referendum, anche questo dossier ha subito un’accelerata, scalando la classifica degli argomenti più dibattuti nelle conversazioni, nelle cene. I nomi che Il senatore a vita Mario Monti, ex presidente del Consiglio dei ministri (Ansa) al momento sono in pole position sono quattro. Il primo è Dario Franceschini, tra i primi a spingere sul No al referendum costituzionale e sulla valenza “politica” del voto. Proprio ieri ha riunito all’Eur gli ex giovani di “Zac”, Benigno Zaccagnini, per ricordarne il cinquantesimo anniversario dell’elezione alla guida della Democrazia cristiana.

Sì perché in quel 1976, quando scalò la Balena Bianca, a sostenerlo, contro Amintore Fanfani, Giulio Andreotti e Arnaldo Forlani, era una generazione che, poi, da partiti diversi, ha segnato la vita della Seconda Repubblica (e ancora la segna): Franceschini, ma anche Pier Ferdinando Casini, Rosy Bindi, Leoluca Orlando, Calogero Mannino, Gianfranco Rotondi, Clemente Mastella, Bruno Tabacci, Pierluigi Castagnetti. E ieri c’erano tutti all’Eur. Un ritrovo tra amici, ma che qualcuno, ieri, leggeva anche in chiave quirinalizia: primo sponsor di Elly Schlein, l’ex ministro della Cultura può vantare una storia e dei rapporti che potrebbero renderlo Giuliano Amato, ex presidente del Consiglio dei ministri ed ex presidente della Corte costituzionale (Ansa) gradito anche al variegato mondo di centro. Sarebbe garanzia per il campo largo (è stato tra i primi a spingere per l’alleanza con il M5S, ha un ottimo rapporto con Giuseppe Conte e lo ha ritrovato con Matteo Renzi), oltre che uomo non sgradito al centrodestra.

L’altro nome che si fa è quello del senatore a vita Mario Monti. Non è sfuggita, ai sismografi delle mosse per il Quirinale, la scelta dell’ex premier di schierarsi per il No al referendum, nonostante la sua formazione liberale e riformista. Economista, salvatore dei conti nella crisi del 2011, all’inizio della legislatura più volte intervenendo in Senato aveva lodato la premier Giorgia Meloni, soprattutto sulla politica estera. Da un po’ di tempo, però, i toni sono cambiati, facendosi più duri nei confronti della maggioranza e più morbidi nei confronti dell’opposizione. Un cambiamento confermato dalla scelta di schierarsi per il no al referendum.

Il terzo nome è di nuovo quello di un ex premier, Giuliano Amato, che proAndrea Riccardi, fondatore della comunità di Sant’Egidio ed ex ministro per la cooperazione internazionale (Ansa) prio ieri su Repubblica ha elogiato l’esito referendario, parlando della vittoria del No come della prova che nel Paese è radicato un forte «sentimento democratico». Un No per «difendere l’intangibilità degli equilibri democratici». L’ex premier altre volte è finito nella rosa dei candidabili alla presidenza della Repubblica. Ha ottimi rapporti nel centrodestra (nel 2015 Silvio Berlusconi provò a fare l’accordo per farlo eleggere al Quirinale), ma con un pedigree di centrosinistra.

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LA GALASSIA CATTOLICA
Il quarto nome è quello di Andrea Riccardi. Fondatore della Comunità Sant’Egidio, è stato anche ministro nel governo Monti, con delega alla Cooperazione internazionale e l’integrazione. Legato da oltre cinquant’anni al cardinale Matteo Zuppi, presidente della Cei ma per decenni assistente spirituale della Comunità Sant’Egidio, di cui è stato tra i fondatori. Nella campagna referendaria Riccardi non si è schierato. Ma i mondi vicini a Sant’Egidio erano tutti più per il No. E c’è chi sospetta che nella posizione della Cei, più vicina al No, abbia pesato l’orientamento degli ambienti vicini a Riccardi. Più volte il fondatore di Sant’Egidio è stato corteggiato dal centrosinistra. Come sindaco di Roma, come ministro, persino come possibile candidato premier. In questi giorni il suo nome è ritornato nella rosa dei successori di Sergio Mattarella. Senz’altro più vicino al centrosinistra, la sua storia personale lo renderebbe, però, accettato anche a destra. Un perfetto uomo di cerniera tra i due schieramenti. C’è tempo, è vero, ma i ragionamenti sono già iniziati. E anche le manovre per muovere le pedine giuste.

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