Martellare, colpire, ferire, infangare, lordare, screditare e anche mentire, perché no. Dopo il referendum il fronte progressista-immobilista (quelli che: solo noi al potere e nessun altro) si sta accanendo con rinnovato vigore contro il governo, la maggioranza, ministri e sottosegretari. La parola d’ordine è attaccarsi a tutto, anche allo scontrino del caffè del bar di famiglia di Claudia Conte. L’altra parola d’ordine è usare la post-verità e raccontare fatti mai accaduti, ma solo ipotizzati, purché funzionali al racconto delle opposizioni. Non sono più appagati dalle critiche feroci a Trump: dall’accusa di essere bullo si è passati con disinvoltura a dargli del matto. Del resto lui rappresenta a pieno il “colpevole perfetto” dell’analisi di Pascal Bruckner: addossare a lui tutte le colpe dell’Occidente votato all’autodistruzione. Ma questo non basta più.
Così il plotone d’esecuzione mediatico mette nel mirino ogni giorno qualcuno. Si parte col selfie di Meloni con un signore, Gioacchino Amico, che proverebbe opachi legami di FdI con la mafia. Si tira in ballo Giorgio Mulè (candidato a guidare il gruppo di Forza Italia alla Camera) con una intercettazione di diversi anni fa per inserire anche l’esponente azzurro nel “registro degli infangati” dove vengono subito iscritti anche Carlo Fidanza e Paola Frassinetti. Il primo perché Amico gli aveva organizzato un aperitivo elettorale (con otto persone), la seconda perché la sua segretaria avrebbe fatto la tessera all’uomo dei Senese che però all’epoca non si sapeva fosse l’uomo dei Senese. Ma la macchina o macchinetta del fango gira alla massima velocità e se ne sente il rimbombo (il famoso “No che rimbomba” evocato da Renzi) in tutte le redazioni. Bisogna incalzare Meloni, mettere i suoi all’angolo, farle sentire il fiato sul collo di girotondi approntati per preparare il terreno all’avvento delle sinistre.
Renzi che vuole mettere le mani sulla nuova Repubblica in salsa greca magari con un direttore come Emiliano Fittipaldi, pronto a fare il mastino anti-Meloni in combine con Travaglio e il suo Fatto quotidiano, è solo una delle tessere del mosaico che si va costruendo per fare da trampolino di lancio a un governo alternativo a quello delle destre. Magari uno tecnico, come auspicato da De Benedetti, che sprema per bene gli italiani prima del ritorno del centrosinistra che potrà così assecondare le promesse populiste dei 5stelle. Nel tempo che intercorre da ora alla realizzazione di questo terrificante (per i cittadini comuni) progetto bisogna spedire nel tritacarne ora questo ora quello. Ci si prova con Federico Mollicone, presidente della commissione Cultura. Lo si accusa come il killer del docufilm su Regeni (falso) cui i finanziamenti non sono arrivati perché tecnicamente non giudicato all’altezza. Ma Mollicone è bersaglio ghiotto: il papà ex Ordine Nuovo va sempre citato per conferire quella patina di nero indelebile che non guasta alla propaganda. E poi lo si accusa per il film sull’impresa di Fiume. Il sottotesto è ridicolo: visto che FdI non può mettere nel pantheon Mussolini ci mette D’Annunzio. Come se quest’ultimo non appartenesse a pieno titolo al pantheon degli italiani tutti, a meno che non giungano scomuniche graffianti dei vari Montanari e Ponzani.
Il caso di Bruno Vespa è quello più eclatante. Ha reagito a un’insinuazione arrogante del dem Provenzano ed è finito sulla graticola come conduttore “schierato”. La deriva manettara da tricoteuses che la sinistra ha imboccato dopo il 23 marzo si abbatte sulla Rai e su uno dei suoi pilastri. TeleMeloni (che non esiste) è ora la Bastiglia immaginaria contro la quale scagliarsi magari per far rientrare trionfalmente i per nulla faziosi Bianca Berlinguer o Fabio Fazio (Annunziata è già sistemata a Bruxelles).
Ieri l’ultima chicca di Repubblica: dare quasi per certa la nomina di Emanuele Merlino, capo della segreteria di Giuli, come sottosegretario al posto di Mazzi. E ricamarci attorno citando il padre Mario, morto a febbraio peraltro, citando Fazzolari e il disegno controegemonico della destra. Peccato che la notizia della nomina sia una bufala. Ma l’altra regola non scritta è questa: se non hai selfie, voci di corridoio, intercettazioni passate dalle procure, puntate di Report da rilanciare è lecito inventarsi una non notizia. Purché Meloni cada, purché i “migliori” tornino sulle agognate poltrone usurpate dalle odiate, plebee, terga sovraniste.