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Il monopolio rosso sulla Liberazione

Da simbolo di rinascita della libertà a feticcio imbalsamato da idolatrare: totem e tabù che manderebbero in crisi anche Sigmund Freud
di Marco Patricellidomenica 26 aprile 2026
Il monopolio rosso sulla Liberazione

3' di lettura

Da simbolo di rinascita della libertà a feticcio imbalsamato da idolatrare: totem e tabù che manderebbero in crisi anche Sigmund Freud. La messa cantata del 25 aprile, a forza di essere intonata su una sola voce, quella partitica dell’oltranzismo manicheo e antistorico, ha rivelato che non basta una data in rosso per legge sul calendario: se non è festa per tutti, non è nazionale, e quindi qualcosa non ha funzionato nel culto della memoria e della narrazione della liberazione dal nazifascismo. Ma d’altronde il simbolo della ritrovata libertà nasce da una data convenzionale già mal prescelta. Il giorno è quello dell’ordine di insurrezione generale del Comitato di liberazione nazionale Alta Italia, che è poi per l’indomani (“Aldo dice 26x1”). Il 25 aprile l’Italia non solo non è liberata, ma non è neppure finita la guerra: la segreta resa tedesca a Caserta (Operazione Sunrise) arriverà il 29 aprile, con effetto dalla mattina del 3 maggio. I partigiani, raddoppiati di numero nell’arco di 24 ore dal 25 al 26 aprile, esprimevano in formazioni armate tutte le anime politiche del CLN.

Ma poi l’Associazione dei partigiani Anpi, oggi senza più partigiani, per il suo orientamento filostalinista subiva due scissioni che la depauperavano di tutti partiti, tranne quello comunista, che si riconoscevano in Federazione italiana volontari della libertà e Federazione italiana associazioni partigiane (Fivl e Fiap). Cominciava quindi la costruzione del mito fondativo della Repubblica - che peraltro ci metterà ben tre anni dal decreto di Umberto di Savoia a istituire il 25 aprile festa della liberazione, nel 1949 -, con l’Italia liberata dai partigiani: cantando “Bella Ciao”, che invece non cantarono mai, e appropriandosi della ricorrenza volgarizzandola negli stereotipi e nella narrazione artefatta. Dal racconto ideologizzato venivano escluse due armate alleate multinazionali (5ª americana sul fronte tirrenico e 8ª britannica su quello adriatico), circa 800.000 soldati con 80.000 caduti (una cinquantina i cimiteri su territorio nazionale, dove forse andrebbe celebrato il 25 aprile) e 200.000 feriti, e sparivano i 380.000 militari italiani del ricostituito esercito di liberazione, enfatizzando il ruolo militare delle brigate partigiane con la trasfusione del valore morale. Sempre cantando “Bella Ciao” nella casa di carta del monopolio e con l’icona dei 6.882 caduti (fonte Anpi) veniva configurato il racconto degli autoproclamati custodi della memoria, gli stessi che storcevano il naso quando si osava persino parlare di guerra civile e davano e danno patenti di democrazia e libertà.

La seconda guerra mondiale (piaccia o meno non è requisito storico) fu la guerra degli italiani e non solo del fascismo, poiché atto formale e giuridico del capo dello Stato a norma di Statuto albertino e non di Mussolini che, pur duce, era solo capo del governo. La guerra di liberazione fu condotta e vinta dagli Alleati, com’è logico, e l’Italia quel conflitto l’aveva perso: riscattato moralmente con la cobelligeranza, non pareggiato sul campo. E infatti col trattato di pace di Parigi del 2 febbraio 1947 il prezzo lo pagarono tutti gli italiani, oltre ai fascisti e al fascismo, e alcuni italiani più di tutti, come gli istriano-giuliano-dalmati. La nuova Italia nacque da quel dramma, e la Repubblica anche dai monarchici che combatterono per la liberazione e per la democrazia. Valori in cui tutti dovremmo riconoscerci. Ma il 25 aprile per gli italiani non ha il significato condiviso del 4 luglio per gli statunitensi o del 14 luglio per i francesi. Otto decenni non sono bastati.