Alla fine la mentalità comunista, che alberga in modo più o meno palese nel mondo intellettuale italiano, vien sempre fuori. Anzi, viene fuori con particolare protervia in un momento in cui la cittadella della cultura progressista si sente insidiata da autori e case editrici che hanno chiesto un posticino a tavola anche per loro, sentendosi escluse da un pasto abbandonante a cui loro fino ad oggi non è toccato nemmeno un avanzo.
Per evitare che la falla si allarghi, ecco allora l’idea, appunto comunista, anzi stalinista, del “patentino antifascista” e della cultura vidimata e autorizzata con tanto di timbro statale (Stato etico, per la precisione). Il paradosso, o se preferite l’aspetto parodistico della faccenda, è che la fiera del libro che dovrebbe vedere (speriamo in un rinsavimento dell’ultima ora) all’opera questa novità si chiama “Più libri più liberi”. Bisognerebbe dire a chi ha avallato questa genialata, subendo forse il ricatto di una minoranza faziosa ed estremista di editori, che i libri non solo non sono pericolosi, ma che la cultura ha toccato punte elevate proprio con autori “maledetti” che si sono fatti forti nelle loro opere di messaggi fascisti, nazisti, comunisti, persino antisemiti. Si pensi a un Céline, a un Drieu La Rochelle, a Schmitt o ad Heidegger, ma anche ai vari Lenin, Gramsci, Stalin, a cui tuttavia viene perdonata ogni aberrazione. La lettura e confutazione di questi autori non può che rinforzare nelle loro idee e nei loro valori i più sinceri democratici, messi duramente alla prova dalle loro sottili argomentazioni, che comunque lasciano vedere dei lati nascosti di una verità che non è mai di un solo colore.
Chi non vuole cimentarsi in questa prova ha scarsa fiducia nelle idee in cui dice di credere. Ed un disprezzo profondo del popolo, che crede debba essere guidato per mano da lui lungo i sentieri di una verità che, proprio perché chiusa in se stessa e allergica al confronto, non è veramente tale. Quando la cultura segna confini inevitabilmente rinsecchisce, diventa maniera, prevedibile nella sua banalità. Che è ciò che nessuno può negare sia accaduto alla cultura italiana orfana in questi anni di voci significative e originali.
Nella vicenda di “Più libri più liberi” c’è tutto un modo di comportarsi che chi frequenta il mondo culturale conosce fin troppo bene e che ben giustifica l’espressione “egemonia culturale, indipendentemente dall’aderenza alla definizione della stessa data da Gramsci. C’è l’intolleranza di chi si fa forte di buoni e (falsamente) “inclusivi” sentimenti; c’è l’idea di una “superiorità morale” dell’intellettuale di sinistra; c’è la delegittimazione di chi semplicemente non voglia schierarsi o intrupparsi.
C’è soprattutto un conclamato doppiopesismo per cui il comunismo è perdonabile nei suoi misfatti mentre il fascismo è il “male assoluto” e “radicale”: una sorta di entità metafisica e sovrastorica che sopravvive alla sua stessa fine, accaduta ottanta anni fa.
Capzioso è, anche in questo senso, il richiamo alla Costituzione che non trasforma mai, nei suoi articoli, l’antifascismo in un articolo di fede ideologico ma lo risolve in positivo nell’accettazione dei principi liberali e democratici della Carta.
L’antifascismo ideologico è qualcosa di tardo, spurio, palesemente strumentale: una sovrastruttura per giustificare un pensiero altrettanto illiberale. Accanto al motivo ideale, intrecciato ad esso, ce ne è poi uno più concreto e pratico, che non va certo sottovalutato. Difendere il recinto dogmatico che si è costruito ed in cui ci si è rinserrati significa difendere posti di potere, privilegi, fette di mercato, onori e prebende. Ancora oggi, solo se si hanno le credenziali giuste e si appartiene al “circoletto” degli amici si può aspirare ad avere un ruolo nella macchina che gestisce il potere culturale in Italia. Speriamo che, dopo l’intervento chiaro e netto di Giorgia Meloni, anche a destra qualcosa si muova e si sia finalmente più assertivi nell’esigere un cambio di passo a chi ancora gestisce in modo illiberale case editrici, festival, cattedre accademiche, e via dicendo.