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Quel dibattito superato sul gramscismo di destra

Contro questa roba qua non c’è nemmeno bisogno di una controegemonia. Basta (e avanza) un anti-Casalino
di Annalisa Terranovamartedì 1 settembre 2026
Quel dibattito superato sul gramscismo di destra

3' di lettura

Ci risiamo con l’egemonia. Anzi la controegemonia culturale della destra che sarebbe fallita. Lo ha scritto Andrea Minuz sul Foglio e noi, reverenti, abbiamo letto. Tra l’altro concordiamo pure sul fatto che Cencelli quando governi è di aiuto più di Gramsci: basta piazzare le persone giuste al posto giusto. Corre l’obbligo però di fare qualche precisazione. Il mio amico Andrea Tomasini, scrittore e fotografo, ha realizzato una bella mostra e in uno dei suoi scatti ha ripreso una statua dell’Eur, il Genio dello Sport, circondata da tubi innocenti. Da quel groviglio metallico spunta il braccio teso in un saluto romano. Sembra la metafora perfetta di quella che avrebbe potuto essere la missione culturale della destra di governo: non l’a-fascismo ma la storicizzazione del fascismo. Non il non rispondere alla domanda: sei antifascista? Ma il dire agli avversari: noi i conti col fascismo li abbiamo fatti e voi? E sì, perché mentre si allestiva una bella mostra sugli hobbit e gli elfi, l’argomento fascismo spuntava sempre nel groviglio dialettico dei talk, delle dichiarazioni, delle sfilate, delle ricorrenze.

Più opprimente dei tubi innocenti. Altro che Gramsci. Sul quale, pure, va fatta un’altra precisazione. E la prendo in prestito dall’ultimo libro dell’amico Carmelo Briguglio, Il primato Meloni (Kimerik), il quale spiega che il concetto di egemonia culturale non si deve a Gramsci ma affonda le radici in un ricco dibattito risorgimentale in cui spiccano i nomi di Jacini, Cesare Balbo, Gioberti, Cavour, Tommaseo. Insomma Gramsci ha copiato dalla destra storica. Non solo, ma questa storia del gramscismo di destra risale alla fine degli anni Settanta (Tarchi e Rauti la ripresero da Alain de Benoist) e all’epoca significava semplicemente questo: cari neofascisti, invece di menare le mani mettetevi un po’ a studiare. Punto. Solo questo.

Poi succede che tre anni fa Francesco Giubilei organizza il convegno Pensare l’immaginario, stati generali della cultura di destra, che fece imbestialire quelli dell’altra barricata. Con Christian Raimo che contava quanti maschi bianchi e vecchi erano presenti in un uditorio patriarcale e senza femmine. Che poi se proprio a sinistra si deve andare a pescare perché non mettere le mani su Costanzo Preve, marxista intelligente, per il quale oggi il problema non è quale cultura sia vincente ma che della cultura non frega nulla a nessuno. Solo bisogni indotti per consumatori sfessati (per dirla alla Céline). Basta con questo Gramsci allora e si rivaluti Guareschi (citato da Buttafuoco in quegli stati generali della cultura di destra) che tornato dalla prigionia tedesca chiede: «Da che parte andate? Tutti a sinistra? E io vado a destra».

Insomma questo progetto egemonico non è mai esistito se non nella mente di una sinistra che non ha capito come ha fatto Meloni a vincere. Ieri lo diceva a Omnibus Antonio Di Bella, con grande semplicità: «So di essere controcorrente ma Meloni ha indicato agli italiani una visione. Io difendo la vostra identità, la vostra Patria, il vostro passato». Ecco: ci voleva tanto? Senza tirare in ballo Gramsci, senza tirare per la giacchetta il Duce, senza stare a contare le virgole nel programma di Vannacci. La sinistra cosa ha da offrire invece? La rivisitazione di un vecchio slogan antigovernativo: «Governo Rumor, governo di rapina. Aumenta il pane, aumenta la benzina». Si era a metà degli anni Settanta (fu, tra l’altro, il mio primo corteo). Intanto la Gazzetta del Mezzogiorno ci fa sapere che FdI cura la scenografia della festa di Meloni a Bari per la longevità del suo governo. Palco fronte mare, ingresso della leader al tramonto. I partecipanti alla festa attraverseranno un corridoio di luminarie. Avrebbero preferito i lumini cimiteriali? Contro questa roba qua non c’è nemmeno bisogno di una controegemonia. Basta (e avanza) un anti-Casalino.