Il tempo ha fretta e spesso lascia indietro i suoi interpreti. Immaginatevi quando subentra la malattia. Nel Dizionario dei luoghi comuni Gustave Flaubert mordacemente alla voce malato scriveva: «Per risollevare il morale di un malato, ridere della sua infermità». Ognuno però ha la sua ricetta. Quella di Dario Franceschini, senatore e volto tra i fondatori del Pd, è intrisa di riserbo. Ma ieri, sulle colonne del Corriere della Sera, ha deciso di raccontare la sua condizione. «Ho il Parkinson. Mi è stato diagnosticato nel novembre 2020. Un amico ha notato come muovevo le mani. Il senatore Graziano Delrio, che è medico, mi ha detto: trascini i piedi, fatti visitare. Si tratta di una malattia ancora avvolta nel mistero. Non se ne conoscono le cause».
Il racconto arriva da un paesino nei pressi di Cagliari, meta vacanziera del piddino. Il giornalista Fabrizio Roncone si affaccia sulla dimensione del già ministro della Cultura. È soffice lo strato che avvolge l’inchiostro del morbo che lentamente è diventato convivente della strada del dem. «La diagnosi è stata una botta tremenda», dice Franceschini, perché «il Parkinson è una malattia diversa, ti accompagna per sempre». Bisogna cercare il flusso. «È decisivo riuscire a riempire le proprie giornate e ripetersi: io non mollo, io continuo a vivere, a esserci». Poi c’è la confessione, diametralmente opposta rispetto alla pornografia del dolore a cui siamo abituati. «Parlare pubblicamente della mia malattia, è chiaro, mi costa, e molto. Per numerosi ragioni: compreso un certo, credo comprensibile, pudore».
Pd, "una gara a logorare Elly Schlein": il nome dietro alla trappola
Le primarie? Si rischia un "bagno di sangue". A pensarlo, dopo che l'ex ministro Roberto Speranza ci ha me...Una parola, pudore, che ha una radice profonda a cui l’esponente del Pd ha miscelato la dignità davanti al male. C’è il tempo della letteratura. Perché Franceschini ha pubblicato nove libri con il decimo in uscita a ottobre. Scrivere ora? «Se hai il Parkinson rischia di rivelarsi una trappola» perché «non devi mai isolarti, ma continuare invece a frequentare il mondo sino all’ultima stilla di energia». Gianni De Michelis, più volte ministro e icona del Psi, fissò i suoi ricordi su carta, tra il 2012 e il 2015, quando si palesò il Parkinson. Memorie di un socialista riformista fu pubblicato postumo nel 2024. Un lavoro raccolto e conservato dal figlio Alvise. Certo De Michelis, dal punto di vista librario, lo ricordiamo per l’intramontabile cult Dove andiamo a ballare questa sera?, ma questa è un’altra storia.
La politica, anche dopo il primo ictus del 2004, Umberto Bossi l’ha sempre aggredita. Nel 2005, un anno dopo l’ischemia cerebrale, intervistato dal Corsera mostrava tenacemente la sua parola fatta di fisicità. «Me l’ha detto Berlusconi: “La tua malattia ha mandato in crisi il governo”», disse in quella chiacchiera con Aldo Cazzullo. L’uomo che “inventò” la Padania perennemente pugnace. «’Sto pasticcio l’ha riavvicinata alla fede?», chiede l’intervistatore. «Mi ha riavvicinato alla famiglia. Quand’ero in ospedale a Bologna mi sentivo così lontano... Ho capito allora molte cose». I tratti in comune della malattia che fa incontrare le rette parallele. A Marco Pannella, leader maximo radicale, nel 2014 a 85 anni furono trovati due tumori. Uno al polmone e uno al fegato. Al Fatto Quotidiano ammise di non avere la minima intenzione di smetterla col fumo. «Proprio perché non voglio morire continuo a fumare! Se dovessi smettere ci resterei secco. Non voglio suicidarmi».
La cura? 60 sigarette al giorno e i sigari aspirati. A ognuno la sua reazione. Di Parkinson si ammalò anche Mirko Tremaglia, morì nel 2011, e nonostante gli anni di malattia questo non gli impedì di restare al centro dell’agone politico, in una postazione occupata fin dai tempi della Repubblica sociale italiana. Sarà così forse che mostrando le proprie debolezze, come recita un adagio nipponico, «le persone che soffrono della stessa malattia si capiscono».




