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Raffaele Marra: "Nel mio libro denuncio il lato oscuro dei Cinque Stelle"

di Giacomo Amadori domenica 18 ottobre 2026

11' di lettura

Sono passati dieci anni dal primo importante trionfo elettorale del Movimento 5 stelle, la conquista del Comune di Roma, propedeutica a quella del governo nazionale, ottenuta nel 2018 e mantenuta sino al 2022, con «successi» come la «sconfitta della povertà» (attraverso il reddito di cittadinanza) e l’esplosione del debito pubblico (aggravato da misure come il Superbonus 110%, costato allo Stato circa 175 miliardi di euro).

Testimone privilegiato di quella stagione fu Raffaele Marra, ex ufficiale della Guardia di finanza, dirigente pubblico e vicecapo di gabinetto della sindaca Virginia Raggi, finito in manette a pochi mesi dall’insediamento della giunta con l’ignominiosa accusa di corruzione. Oggi Marra, che non ha riportato condanne, vive a Malta, fa il pilota d’aviazione civile e ha scritto un libro intitolato Pegno d’onore, matricola 118244, con cui ha deciso di raccontare le sue prigioni collegandole al suo rapporto travagliato con la politica e con la Giustizia italiana. Un’opera che il cinquantaquattrenne napoletano ha dedicato alla figlia, scomparsa in circostanze tragiche ancora avvolte nel mistero.

Marra, a quasi dieci anni dall’arresto del 16 dicembre 2016, lei pubblica la sua ricostruzione documentata di quel periodo. Pare di capire che si senta una vittima di due sistemi, quello politico e quello giudiziario... 
«Non è una mia supposizione, ma è quanto certifico con la pubblicazione del libro, in cui documento ogni atto, ogni data, ogni bugia, ogni contraddizione. Sono un uomo incensurato. Non ho precedenti penali. Non ho mai subito una condanna definitiva. Per il reato di abuso d’ufficio la Cassazione nel 2023 ha detto che “il fatto non sussiste”, mentre l’accusa di corruzione è stata prescritta e annullata con rinvio limitatamente alla confisca della casa e alle statuizioni civili. Gli ermellini hanno messo nero su bianco che la motivazione della condanna di primo grado era “carente e meramente assertiva” e che “non esisteva un solo atto concreto di asservimento della mia funzione pubblica a favore di Sergio Scarpellini”, il mio presunto corruttore, e del suo gruppo».
Lei si rivolge direttamente al presidente Sergio Mattarella. Perché? 
«Rimetto nelle sue mani il mio titolo di commendatore della Repubblica italiana come pegno di questa verità, sfidandolo a revocarlo se una sola parola fosse falsa. Sono certo che, una volta lette queste pagine, non lo farà. Dieci anni dopo sono ancora in piedi e, documenti alla mano, posso difendere la mia dignità a testa alta».
Nel libro c’è un capitolo intitolato «La fotografia del Sistema — Marra e Pignatone a confronto»... 
«In esso offro l’immagine nitida di uno Stato a due velocità, di uno dei paradossi più documentati della storia giudiziaria italiana recente. Io sono stato trascinato e trattenuto nelle celle di Regina Coeli per 127 giorni e condannato per aver acquistato casa con assegni circolari tracciati, ricevuti in chiaro da Scarpellini e versati in un atto pubblico a un ente dello Stato (Enasarco). Dall’altra parte c’è Giuseppe Pignatone, l’ex procuratore di Roma, l’uomo che ha coordinato l’inchiesta che ha portato al mio arresto. Il 9 luglio 2025, davanti ai magistrati di Caltanissetta, Pignatone ha ammesso che sua famiglia ha acquistato da esponenti di rilievo della mafia palermitana una ventina di immobili a prezzo ribassato, pagando una parte “in nero” direttamente a un capo mandamento di Cosa nostra. A verbale ha dichiarato di aver provato, solo a posteriori, un “rimorso di coscienza”. Il paradosso è evidente: un servitore dello Stato come il sottoscritto, incensurato, finisce in cella e perde tutto nonostante abbia agito con trasparenza assoluta; il procuratore che ammette di aver alimentato in contanti le casse dei boss non subisce né arresti, né confische, né gogna mediatica».
Lei ha ricevuto da Scarpellini circa 370.000 euro in contanti... 
«La spiegazione è semplice: al momento dell’acquisto del mio appartamento Scarpellini mi chiese di dichiarare un prezzo maggiorato dell’immobile per “esigenze imprenditoriali e personali” che solo successivamente ho compreso quali fossero e che spiego dettagliatamente nel libro».
Mi scusi: quali sarebbero queste «esigenze imprenditoriali»?
«Gonfiare il valore delle compravendite immobiliari per aumentare il valore apparente del suo patrimonio e ottenere più affidamenti bancari. Scarpellini mi ha semplicemente restituito i soldi eccedenti del mutuo, come ha confermato lui stesso nell’interrogatorio di garanzia».
A proposito di quel verbale, nel libro parla di una «stanzetta» di Regina Coeli dove la storia avrebbe cambiato direzione. Che cosa accadde esattamente? 
«Scarpellini aveva ottant’anni, era in carcere da quattro giorni e stava rispondendo con onestà, ovvero ammettendo che i soldi per comprare la casa Enasarco erano i miei. Poi i suoi avvocati chiedono dieci minuti di sospensione, lo portano in una stanza separata, e lui se ne esce con una versione completamente ribaltata. Il 4 luglio 2017, in piena udienza, Scarpellini denuncia davanti al collegio: “Mi hanno detto che se non accondiscendevo a quello che mi dicevano non sarei mai uscito da lì”. È una denuncia di estorsione processuale resa sotto giuramento. Gli avvocati della stanzetta impallidiscono e spariscono. La presidente risponde: “Va bene, era sotto pressione”. E va avanti. Nessuna verifica, nessuna sospensione, nessuna trasmissione degli atti».
L’ex sindaca è stata assolta perché «raggirata» dai fratelli Marra. Ma la Cassazione, come detto, ha, poi, stabilito che il fatto, anche per lei (Marra, ndr), non sussiste. 
«Sono due sentenze che non possono coesistere. Se non ho commesso abusi, non posso avere causato vittime. Tuttavia la Raggi è stata assolta. Il 24 giugno 2016, alle 23 e 52, quattro giorni prima della mia nomina, Virginia risponde a Marcello De Vito, l’ex presidente dell’Assemblea capitolina, che la aggiorna sulla posizione di mio fratello Renato, in quel momento comandante del gruppo sociale sicurezza urbana della Polizia municipale e con legittime aspettative di promozione: “Sì, so tutto” scrisse via sms. “Ma non lo posso nominare capo dei vigili, sarei troppo attaccabile”. Dunque era a conoscenza di tutto ben cinque mesi prima della decisione finale. Successivamente Renato, su loro disposizione, diventa capo di una delle direzioni del dipartimento del Turismo del Comune, con una fascia economica (retribuzione collegata all’incarico, ndr) identica a quella che lei aveva già autorizzato per un altro ruolo da affidare a mio fratello. Il consulente giuridico della sindaca, Antonio De Santis, nelle intercettazioni esultò a modo suo per la nomina di mio fratello, esclamando “quelli del Messaggero devono sucare!”, mentre in aula si è finto sorpreso. Il pm si oppose all’ammissione di quelle intercettazioni con un detto siciliano: “Troppo olio per ‘sto broccolo”. Peccato che il broccolo fosse la mia innocenza».
Mentre lei collaborava con la Raggi, Beppe Grillo, un privato cittadino senza alcun ruolo nell’amministrazione comunale, telefonava direttamente alla sindaca per chiedere la sua rimozione. 
«Ha mostrato l’analfabetismo istituzionale di chi pretendeva di gestire la Capitale come una ditta privata o un blog. Grillo esigeva il mio licenziamento immediato, ma non capiva, e nessuno osava spiegarglielo, che non si può licenziare un dirigente pubblico di ruolo, vincitore di concorso nazionale, per il capriccio del fondatore di un movimento politico. Potevano darmi un altro incarico, ma non cacciarmi. Questo episodio fotografa la concezione proprietaria che il M5s aveva dello Stato».
Chi prendeva le decisioni in Campidoglio?
«Roma era ostaggio delle chat. Il loro direttorio, composto da eletti e parlamentari, tempestava di messaggi Grillo e la sindaca passava ore a giustificarsi con questi signori che non avevano alcun titolo per intervenire sulla gestione tecnica del Comune. Eppure la prima cittadina doveva spiegare ogni sua scelta: dal personale alle nomine nelle partecipate, dalla raccolta dei rifiuti alla potatura degli alberi. Il Campidoglio era ridotto a una succursale del Movimento. Ci venivano segnalati profili con il solo diploma per incarichi dirigenziali che richiedono, invece, laurea e, in alcuni casi, anche abilitazione. C'era il terrore costante di scontentare i vertici del M5s. Lo ripeto: la Capitale era governata da una chat di partito, non dalle istituzioni».
Ricorda qualche episodio particolare? 
«Ce n'è uno che fotografa perfettamente la situazione: un giorno trovai nell'ufficio della sindaca un ragazzo poco più che trentenne. Gli chiesi chi fosse. Mi rispose: "Sono un elettore del Movimento, sono un cittadino, posso farlo". Quando lo riferii alla Raggi, ribatté: "Lascia stare, non importa". Il suo ufficio era aperto a chiunque si sentisse abbastanza cittadino per varcare quella soglia. In occasione dell’insediamento della giunta, nello studio della Raggi, che non era presente, entravano e uscivano eletti e persone comuni, senza alcuna autorizzazione e controllo. Oggi che Grillo è un leader isolato che combatte in tribunale per un simbolo, fa quasi sorridere ripensare a quell'arroganza».
Nel suo volume cita conversazioni private e la chat dei «quattro amici al bar» con la Raggi. 
«Grazie a esse si comprende bene come la purezza fosse uno slogan buono per i comizi, mentre in privato riproponevano le miserie della vecchia politica. In quella chat la Raggi mi raccontò che Roberta Lombardi, la stessa che mi definiva “il virus che aveva infettato il Movimento”, aveva impiegato fondi della Camera dei deputati per pagare la propria babysitter. Diversi parlamentari del Movimento volevano “sputtanarla” pubblicamente. Prevalse, invece, la regola dell’omertà: silenzio e protezione per i vertici, forche mediatiche per gli altri. La stessa Lombardi è, successivamente, stata nominata assessore nella giunta di Nicola Zingaretti, che nel 2013 aveva sanato con soldi pubblici alcune posizioni di dirigenti e funzionari regionali senza titoli che io avevo denunciato».
Che cosa c'era dietro lo scontro che portò all'uscita traumatica dalla giunta Raggi del capo di gabinetto, suo diretto superiore, il magistrato Carla Raineri, e dell'assessore Marcello Minenna? 
«La Raineri era arrivata al Campidoglio nell’agosto del 2016 con uno stipendio di 193.000 euro lordi l’anno. L’Autorità anticorruzione, guidata all’epoca da Raffaele Cantone, dichiarò quella nomina illegittima e la sindaca fu costretta a revocarle l’incarico dopo solo ventisei giorni. La Raineri replicò che Cantone non era da prendere sul serio.
La motivazione? Aveva ottenuto un voto inferiore al suo agli scritti per entrare in magistratura. Il “deficit di trasparenza” che denunciò andandosene fu solo un alibi per coprire una spietata guerra di potere sul controllo delle municipalizzate capitoline. Salvatore Romeo, capo della segreteria della Raggi, le considerava il proprio feudo storico, avendo lavorato per anni nel dipartimento Partecipazioni. Dall’altra parte, il duo formato dalla Raineri e da Minenna voleva continuare a decidere gli assetti di tutte le società comunali. Quando la Raineri si dimise, ci fu un effetto domino: lasciò anche Minenna, seguito dai vertici delle società partecipate che loro stessi avevano fatto nominare. Per un curioso destino questi due alfieri della legalità sono stati, a loro volta, coinvolti in inchieste giudiziarie: Minenna è stato arrestato e processato, e poi completamente assolto; la Raineri, invece, è stata intercettata, pedinata, fotografata dai carabinieri del Ros dentro il Palazzo di giustizia di Milano mentre incontrava gli “spioni” di Equalize. La sua posizione per quanto riguarda la richiesta di controlli illegali sui conti bancari del marito è stata archiviata, ma è ancora aperto il procedimento a suo carico per accesso abusivo alle banche dati delle Forze dell’ordine».
Lei venne dipinto come il «Rasputin» del Campidoglio, il «manipolatore» della sindaca... 
«Il soprannome racconta l'esatto opposto della realtà. Non sono andato io dalla Raggi: è stata lei a cercarmi con un'insistenza asfissiante, supplicandomi di rientrare dall'aspettativa perché senza un tecnico la macchina non partiva. Ero quello che lavorava fino alle tre di notte per tenere in piedi la baracca: abbiamo sbloccato il concorso per i vigili, assunto mille maestre e risolto, dopo anni, il problema del salario accessorio del personale. Le ordinanze di nomina le portavo a casa della Raggi a mezzanotte passata: lei era in pigiama, mi offriva il caffè, riguardavamo insieme tutti gli atti e, poi, li firmava prima che io, all’alba o a notte fonda, corressi in Campidoglio a protocollarli. Quando sono stato arrestato, la donna che mi aveva affidato i dossier più delicati si è presentata in conferenza stampa definendomi con cinismo, per salvare se stessa, “uno dei 23.000 dipendenti del Comune di Roma”».
Nel suo libro cita Luca Palamara e Alessandro Sallusti, che hanno descritto i meccanismi del Sistema giudiziario. Ma lei aggiunge all’elenco fatto dall’ex presidente dell’Anm e dal direttore di Libero un ingranaggio... 
«Sallusti e Palamara hanno descritto con precisione la catena che stritola gli indagati: a comporla sono il pm, l’ufficiale di polizia giudiziaria, il giornalista e il giudice. Ma io aggiungo un elemento: il difensore che tradisce l’assistito. L’avvocato che siede dalla tua stessa parte del tavolo e lavora per l’altra. Un pm che costruisce un teorema falso può essere contraddetto in aula. Un giudice che appaia compromesso lo si può ricusare. Un legale che dall’interno della difesa opera a discapito del proprio cliente e a sua insaputa diventa un nemico insospettabile e, quindi, invincibile. Il mio difensore sapeva dall’inizio che i soldi erano miei. Conosceva la verità, ma scrisse un copione completamente diverso che fummo tutti costretti a recitare».
E che cosa prevedeva quella sceneggiatura?
«Tra le altre cose, di dichiarare che avevo ricevuto un prestito da Scarpellini. La condanna è stata la conseguenza diretta di quella scellerata strategia processuale. Per esempio l’avvocato non mi fece testimoniare nel processo Raggi. Avrei potuto confrontarmi direttamente con chi mi accusava, smentire le versioni false, mettere agli atti la verità. Invece, il mio difensore mi spinse verso la separazione dei procedimenti: io col rito ordinario, la Raggi col rito abbreviato. Mi convinse che lontano dai riflettori del processo della sindaca mi sarei potuto difendere meglio».
Non è andata così?
«Assolutamente no. Secondo altri difensori era una scelta suicida, ma io accettai la linea del mio legale, compresa una certa schizofrenia: prima annunciò sulla stampa che avrei testimoniato, ma, a pochi giorni dall’udienza, mi chiese di rinunciare, senza fornirmi una spiegazione. Il risultato è agli atti: la Raggi, De Santis e gli altri hanno potuto raccontare la loro versione senza contraddittorio. Nessuno è stato sbugiardato in aula. Mi porto dietro quella domanda da anni: chi ha deciso che io non dovessi essere lì a rispondere? Poi i documenti, gli audio, i messaggi hanno iniziato a parlare. E, adesso, la risposta è nel libro».
Ci anticipi qualcosa...
«Trovo particolarmente significativo un vocale già periziato e depositato in altri procedimenti giudiziari da me attivati contro Andrea Scarpellini, figlio di Sergio. È lui stesso, nell’audio, ad ammettere che le versioni rese in aula erano solo “cazzate” dettate dalla strategia legale messa a punto per aiutare il padre. Davanti alla mia contestazione che quella recita mi aveva rovinato la vita, la sua risposta fu un’ammissione tombale: “Beh, le ho dovute di’...”, le cazzate».
In dieci anni di peripezie, tra processi, carcere, licenziamenti, lei ha subito una perdita che non può essere risarcita.
«Julia, mia figlia, è morta, a quindici anni, cadendo da un balcone. La sua fine non è mai stata completamente chiarita. Ci ha lasciati quando la mia posizione non era ancora stata definita. Per tre anni ha condiviso l’incubo in cui era stato risucchiato il suo papà. Ha vissuto in diretta il mio arresto e ogni istante di quella farsa, il fango, le manette, la gogna, senza capire perché il suo eroe fosse finito in una cella. Penso che non abbia retto al peso di vedere il mio onore disintegrato da accuse che si sono dimostrate insussistenti e da magistrati che, probabilmente, sono stati indotti in errore da alcuni dei miei avvocati. Julia non tornerà, ma la sua memoria è il motore che mi impedisce di indietreggiare. Ho scritto questo libro affinché la verità atterri finalmente sulla pista: non lo faccio per la mia carriera, ormai distrutta, ma per restituire non a Marra, ma al papà di Julia la dignità: io non ho mai tradito i miei principi e il giuramento fatto sulla Costituzione, a 16 anni, quando entrai alla scuola militare Nunziatella. Ma questo la mia ragazza lo sa».

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