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BOSTON, CONGRESSO DELL’AMERICAN ASSOCIATION FOR THE STUDY OF LIVER DISEASES (AASLD)

Come ti inceppo il virus distruggi-fegato

OK dell’AIFA al boceprevir, un antivirale innovativo, di estrema efficacia contro le infezioni da virus dell’epatite C

Oltre un milione e mezzo gli italiani colpiti dall’infezione da HCV, che può portare alla cirrosi e all’epatocarcinoma

13 Novembre 2012

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professor Antonio Gasbarrini
Oltre un milione e mezzo gli italiani colpiti dall’infezione da HCV, che può portare alla cirrosi e all’epatocarcinoma

 Manca solo l’ultimo passo, quello dell’istituzione dei registri di monitoraggio AIFA, poi il boceprevir sarà finalmente disponibile anche per i pazienti italiani. L’annuncio viene da Boston, dove è si è appena concluso il congresso annuale dell’American Association for the Study of Liver Diseases (AASLD).  Boceprevir è un farmaco antivirale di terza generazione, estremamente efficace contro le infezioni da virus dell’epatite C (HCV). Sulle sue potenzialità, gli esperti si sbilanciano, arrivando a parlare di possibile eradicazione definitiva del virus dell’HCV. Il farmaco ha un’ottima azione anche nelle donne in menopausa, quelle che mostrano la più rapida progressione di fibrosi epatica a seguito dell’infezione da HCV e anche le più a rischio di sviluppare resistenza alla terapia tradizionale (interferone pegilato e ribavirina).
“L’HCV infetta due persone ogni ora e nel mondo sono 180 milioni quelle colpite da questo virus – spiega Antonio Gasbarrini, Professore ordinario di Gastroenterologia presso l’Università Cattolica del S. Cuore di Roma e Presidente Fondazione Italiana Ricerca in Epatologia (FIRE) – La maggior parte dei pazienti italiani  ha un’età superiore a 50 anni e questo sta a testimoniare che questa infezione è stata endemica nel nostro Paese negli anni ’50-’70.  Infezione che diventa cronica nel 60-70% dei casi (solo il 15-20% di chi viene a contatto con questo virus riesce a guarire spontaneamente), con l’organismo che si trova quindi a convivere per molti anni con questo virus che, in maniera subdola, nel 20-30% di questi pazienti può determinare una grave malattia del fegato, come la cirrosi o l’epatocarcinoma. Nel nostro Paese si stima che i cirrotici da HCV siano 150.000 e quelli con tumore del fegato conseguente a questa infezione 4-5.000; ben il 60% infine dei 1.100 trapianti di fegato che si effettuano ogni anno sono riconducibili al virus dell’epatite C”. Sono cifre davvero ragguardevoli, alle quali non è rimasta indifferente neppure l’Organizzazione Mondiale della Sanità. “Con la risoluzione 63-18 – ricorda Gasbarrini - l’OMS ha stabilito che le epatiti virali da virus B e C sono un problema sanitario d’interesse mondiale e ha richiesto a tutti gli Stati membri di dotarsi di piani specifici per la lotta alle epatiti. L’Italia purtroppo, nonostante l’alta prevalenza di tali infezioni, non ha ancora un piano specifico, ma un gruppo di lavoro ministeriale sta lavorando per prepararne uno che dovrebbe essere presentato il 29 novembre prossimo, in occasione della Giornata Mondiale delle Epatiti”.
Di virus dell’HCV ne esistono diversi tipi. Boceprevir è particolarmente efficace contro il genotipo 1, il più frequente (rappresenta il 60% di tutte le infezioni) e anche il più temibile, perché spesso refrattario ai trattamenti tradizionali. Gli studi clinici (HCV SPRINT-2 e RESPOND 2) hanno dimostrato che l’aggiunta di boceprevir alla terapia tradizionale, a base di interferon pegilato e ribavirina, arriva a raddoppiare o triplicare la percentuale di guarigione, portandola al 67% nei soggetti trattati con questo farmaco per 44 settimane.
“Le terapie standard – spiega Savino Bruno, Direttore della Struttura Complessa di Medicina Interna a indirizzo Epatologico presso l’Ospedale Fatebenefratelli e Oftalmico di Milano – agiscono potenziando il sistema immunitario, dal quale dipenderà poi la risposta antivirale; al contrario, boceprevir attacca direttamente il virus HCV, ‘inceppando’ le proteasi, gli enzimi necessari al virus per replicarsi, una volta entrato nell’organismo. Il blocco delle proteasi inibisce dunque la replicazione del virus e l’eradicazione, una volta ottenuta, è definitiva”.
Il boceprevir è indicato per l’infezione cronica da virus dell’epatite C di genotipo 1 in tutti i pazienti con cirrosi compensata, che non siano mai stati trattati prima o che non abbiano risposto a precedenti terapie. Sono esclusi i pazienti in attesa di trapianto di fegato e quelli con cirrosi scompensata.
Lo schema terapeutico prevede 4 settimane di interferone e ribavirina (periodo di ‘lead in’); dalla quinta settimana si aggiunge boceprevir (4 compresse tre volte al giorno); se all’ottava settimana si ottiene la negativizzazione dell’HCV RNA, la terapia prosegue solo fino alla 24° settimana; altrimenti si continua fino alla 48° settimana.
L’Aifa ha dunque finalmente dato Ok all’immissione in commercio del boceprevir (all’estero il farmaco è già disponibile da un anno) ma, come visto, manca ancora un passaggio ‘operativo’ fondamentale, prima di poterlo usare sui pazienti: l’istituzione dei registri di monitoraggio Aifa. “Ci auguriamo che l’Aifa comprenda l’urgenza della situazione – sottolinea Ivan Gardini, Presidente EpaC Associazione Onlus - c’è in gioco infatti la vita di molti malati alle prese con una malattia in stadio avanzato. Speriamo inoltre che in futuro si prenda in considerazione la possibilità di rendere più flessibile il processo autorizzativo, anche attraverso l’istituzione di corsie di rapida approvazione per i pazienti a rischio più elevato come i trapiantati e i cirrotici”.
Un farmaco amico delle donne
Tra i vari ‘firsts’ del boceprevir, c’è anche quello di essere stato oggetto di studi che per la prima volta hanno preso in considerazione le differenze di genere in epatologia. L’arrivo della menopausa e il conseguente calo degli estrogeni, produce un aumento dell’attività infiammatoria a carico di tutto l’organismo e dunque anche del fegato; questo facilita la progressione della fibrosi epatica che, nell’arco di qualche anno, può portare alla cirrosi. L’aumento dell’infiammazione in post-menopausa è ‘misurabile’: nel sangue circolante e a livello del fegato infatti si riscontra un aumento di TNF-alfa e di IL-6, citochine infiammatorie, e questo condiziona la risposta ai trattamenti antivirali tradizionali. Uno studio italiano condotto su 1.000 pazienti con malattia epatica compensata da HCV, 442 dei quali donne, ha dimostrato che nelle donne in post-menopausa trattate con interferone e ribavirina, si otteneva una Risposta Virologica Sostenuta (RVS) solo nel 46%, contro il 67,5% raggiunto dalle donne in età riproduttiva. “Boceprevir riesce invece a superare l’ostacolo posto dallo stato infiammatorio pronunciato presente nelle donne in menopausa – spiega Erica Villa, Professore Ordinario di Gastroenterologia presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università di Modena e Reggio Emilia – e migliora drasticamente la risposta alla terapia in questa fascia di pazienti; oltre il 60% delle donne trattate raggiunge infatti la negativizzazione dell’HCV RNA al termine del trattamento”.
Un’azienda ‘vocata’ all’epatologia
L’arrivo del boceprevir, first in class tra i nuovi inibitori delle proteasi, è l’ultimo dei successi messi a segno da MSD, un’azienda che ha alle spalle 30 anni di ricerca in epatologia (suoi anche il primo interferone, il primo interferone pegilato, la prima terapia di combinazione ai vaccini per le epatiti di tipo A e B), ma che non si culla sugli allori. Sono infatti appena partiti due trial clinici di fase 2 su una nuova molecola (MK 5172) per il trattamento dell’infezione da epatite C cronica di genotipo 1. MK 5172 è un inibitore delle proteasi di seconda generazione, con elevata attività antivirale in vitro su diversi genotipi del virus HCV  e a prova di resistenza. Il farmaco è in formulazione orale e si assume una volta al giorno, senza necessità di associarlo all’interferone.
“MSD investe ogni anno 8.1 miliardi di dollari in Ricerca e Sviluppo, il 18% del suo fatturato – ricorda Pierluigi Antonelli, Presidente e Amministratore Delegato di MSD Italia - È grazie a questi solidi investimenti che possiamo essere in prima linea nella lotta contro le epatiti virali attraverso prodotti innovativi che hanno cambiato i paradigmi della cura. La scienza avanza rapidamente e l'avvio di questi nuovi studi clinici è solo il prossimo passo nei nostri sforzi volti allo sviluppo di nuovi regimi terapeutici senza interferone per il trattamento dell’Epatite C cronica". (STEFANIA BELLI)

 

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