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INDAGINE CENSIS

Emicrania: patologia invalidante
"ma è ancora molto sottovalutata"

Dalla ricerca Censis è emerso che l’emicrania colpisce l’11,6 per cento della popolazione, ma è tre volte più frequente tra le donne. Il 69,9 per cento dei pazienti non riesce a fare nulla durante l’attacco, il 58 per cento vive con paura

1 Luglio 2019

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Emicrania: patologia invalidante "ma è ancora molto sottovalutata"

Per il 90 per cento di chi ne soffre è socialmente sottovalutat:, l’emicrania è una delle più frequenti e complesse forme di cefalea e colpisce l’11,6 per cento della popolazione, ma è tre volte più frequente tra le donne (il 15,8 per cento contro il 5 per cento dei maschi). Il 69,9 per cento dei pazienti non riesce a fare nulla durante l’attacco, il 58 per cento vive nella costante paura dell’insorgenza dei sintomi. Ma solo il 36,7 per cento la considera una vera e propria patologia. Il 41,1 per cento si rivolge al medico dopo più di un anno dall’esordio e il tempo medio per arrivare alla diagnosi è di 7 anni. . È quanto emerge dalla ricerca ‘Vivere con l’emicrania’, realizzata dal Censis con la sponsorizzazione di Eli Lilly, Novartis e Teva. Grazie alla collaborazione delle Società scientifiche che si occupano di emicrania e cefalea a grappolo e delle Associazioni dei pazienti è stato possibile interpellare un campione di 695 pazienti dai 18 ai 65 anni con diagnosi di emicrania. È stato realizzato anche un focus sui pazienti colpiti da cefalea a grappolo, una forma infrequente di cefalea primaria particolarmente dolorosa.

Il 36,7 per cento ammette di aver derubricato il proprio 'mal di testa' come un disturbo che è normale avere di tanto in tanto, il 28,7 per cento lo ha considerato un problema passeggero e l’8 per cento un lieve fastidio. Il 49,6 per cento conferma che il ritardo nel rivolgersi al medico è dovuto alla iniziale capacità di tenere sotto controllo il disturbo attraverso l’assunzione di farmaci da banco. L’ emicrania viene riscontrata soprattutto tra i più anziani (il 42,2 per cento dei pazienti 55-65enni) e tra le donne (il 36,3 per cento contro il 29,9 per cento degli uomini). Per buona parte dei pazienti l’insorgenza dell’emicrania è avvenuta in epoca giovanile: l’età media all’insorgenza dei primi sintomi è di 22 anni. L’esordio precoce appare più frequente tra le donne: il 42,1 per cento (rispetto al 26 per cento degli uomini) data la comparsa dei sintomi prima dei 18 anni. Nel complesso la malattia appare più condizionante per le donne, che definiscono 'scadente' il proprio stato di salute nel 34,1 per cento dei casi contro il 15 per cento degli uomini. Nel percorso di riconoscimento della patologia il ricorso al medico non sempre è immediato. Solo il 13,6 per cento ha consultato il medico appena i sintomi si sono palesati. Il ritardo è causato dalla tendenza a minimizzare il problema, legata alla difficoltà di associare al mal di testa un potenziale pericolo concreto per la salute.

I pazienti si dichiarano in larga maggioranza (oltre l’80 per cento) molto o abbastanza informati circa l’emicrania. I professionisti sanitari sono la fonte più citata (83,7 per cento), in particolare il neurologo (48,6 per cento). Ma non è modesta la percentuale di quanti indicano internet come fonte informativa (43,2 per cento). I pazienti non esprimono però un giudizio nettamente positivo sulle informazioni in loro possesso: il 45,2 per cento segnala di aver ottenuto tutte le informazioni di cui aveva bisogno, ma il 49,1 per cento manifesta insoddisfazione. Sono frequenti le testimonianze di difficoltà a comprendere la malattia di cui sono affetti. Il 36 per cento individua nell’emicrania una vera e propria patologia, risultato di una disfunzione biologica del sistema nervoso, ma molti la assimilano a un sintomo derivante da qualche altro disturbo (il 16,2 per cento la associa a problemi ormonali, il 12,1 per cento a una patologia oculistica, dei seni paranasali o della cervicale, l’8,7 per cento a un disagio psicologico, l’8,2 per cento a uno stile di vita scorretto).

Nel caso della terapia sintomatica, i pazienti ricorrono in misura maggiore (82,3 per cento) alla somministrazione di farmaci analgesici/antiemicranici soggetti a prescrizione (in quasi la metà dei casi di tratta di triptani), mentre il 31,8 per cento utilizza medicinali da banco. L’adesione a una strategia di prevenzione dell’attacco emicranico riguarda il 61 per cento dei pazienti ed è più comune tra quelli cronici (71,8 per cento I farmaci soggetti a prescrizione sono stati ottenuti in gran parte attraverso il Servizio sanitario nazionale, ma solo per il 19,5 per cento in modo totalmente gratuito, mentre per il 42,7 per cento attraverso il pagamento del ticket. Il 37,8 per cento invece ha affrontato i costi totalmente out of pocket. Complessivamente, poco più del 30 per cento dei pazienti usufruisce delle cure dei Centri dedicati al trattamento delle cefalee. In particolare, vi si rivolge il 50,4 per cento di chi soffre di emicrania cronica e il 35 per cento delle donne. E solo il 15,4 per cento considera il Centro come il punto di riferimento per la cura dell’emicrania. Più del 55 per cento individua nello specialista il proprio interlocutore primario (per il 20 per cento si tratta di un neurologo che opera all’interno del Servizio sanitario nazionale, per il 19,7 per cento di un neurologo che esercita privatamente) e il 25,5 per cento fa riferimento al proprio medico di medicina generale.

La durata media per singolo attacco, se non debitamente trattato, nel 46 per cento dei casi è pari a 24-48 ore. Nell’ultimo mese il 44,3 per cento dei pazienti ha contato tra i 6 e i 15 giorni accompagnati dal dolore, che è segnalato da circa l’80 per cento come l’aspetto più penalizzante. Il 69,9 per cento non riesce a fare nulla durante l’attacco, il 58% vive nella costante paura dell’insorgenza dei sintomi. Per quasi il 28 per cento dei pazienti (il 26% degli uomini, il 28,4 per cento delle donne, il 38,1 per cento dei cronici) l’emicrania ha inciso sulla propria attività professionale, per il 18 per cento sul percorso di studi. Quasi il 90 per cento denuncia il fatto che la malattia è sottovalutata socialmente. Simile è la percentuale (95,3 per cento) dei pazienti con cefalea a grappolo che la pensano allo stesso modo. Si tratta di una patologia fortemente condizionante, che richiede tempi lunghi di diagnosi (mediamente 6 anni) e su cui è necessario diffondere informazioni. Tra le priorità segnalate dai pazienti vi è il miglioramento della formazione dei medici su questa specifica patologia (61,2 per cento). (ANNA CAPASSO)

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