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52° CONGRESSO NAZIONALE SUMAI

Psoriasi: i pazienti non si curano
per regionalizzazione esasperata

La medicina del territorio manterrebbe invariate le condizioni per valutare l’appropriatezza diagnostico-assistenziale, la verifica della compliance del paziente, il monitoraggio del rischio/beneficio e di sorveglianza epidemiologica

3 Dicembre 2019

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Psoriasi: i pazienti non si curanoper regionalizzazione esasperata

Una gestione territoriale di accesso al farmaco consente di valorizzare la medicina del territorio e alleggerire i Centri prescrittori e ospedalieri dal carico di pazienti con conseguente riduzione dei tempi e delle liste di attesa, senza considerare poi anche il periodico follow-up e gli accessi programmati da parte del paziente, che la struttura specialistica deve sostenere. La realtà che devono affrontare quotidianamente i malati cronici, è l'eccessiva regionalizzazione sanitaria che però crea spesso disparità di cure attraverso una netta differenza di accesso al farmaco. Un esempio, in questo senso, avviene nella dermatologia per il dimetilfumarato, farmaco di recente approvazione con classe di rimborsabilità Classe A-PHT, ma con un accesso da parte dei pazienti diverso tra le Regioni italiane sia per quanto riguarda la prescrizione sia per la distribuzione. Il Prontuario della Continuità Terapeutica Ospedale-Territorio PHT è legato chiaramente alla distribuzione territoriale del farmaco e quindi alla continuità assistenziale, eppure le difficoltà sono enormi e di non facile soluzione. E' stato questo il tema principale della tavola rotonda ‘Uniformità di accesso regionale per dimetilfumarato: un nuovo farmaco di prima linea per la psoriasi’, che si è tenuta di recente a Gardone Riviera, in occasione del 52° Congresso Nazionale SUMAI (Sindacato Unico di Medicina Ambulatoriale Italiana e Professionalità dell'Area Sanitaria).

«Se prendiamo in considerazione cosa è accaduto per la psoriasi - ricorda il professor Luigi Naldi, direttore del Dipartimento di Dermatologia, AULSS8 Berica, Ospedale San Bortolo, Vicenza – c'è stata inizialmente una buona organizzazione modulata in Centri di riferimento, identificati dalle diverse Regioni, con modalità armonizzata di attività e quindi non c'erano in realtà grandi differenze nelle varie aree della penisola. Con il passare del tempo però le discrepanze sono aumentate con esempi sempre più eclatanti come nel caso proprio del dimetilfumarato, con il quale ci troviamo di fronte a differenze in termini di prescrizione. Infatti – prosegue l'esperto – se in Veneto è disponibile tramite lo specialista ambulatoriale esterno, cioè che lavora sul territorio, e quindi anche in farmacia, in altre regioni il farmaco è prescrivibile solo in Centri di riferimento per la psoriasi e va ritirato in ospedale. Ciò chiaramente complica moltissimo la cura per i pazienti nell'avere un farmaco di prima linea e quindi seguire la terapia». Il Veneto è una delle poche regioni dove è attiva una dermatologia territoriale capillare, specialisti ambulatoriali sul territorio e quindi farmaci in prima linea sono facilmente disponibili. In tante altre aree d'Italia però è diverso e una situazione così complessa è dovuta a «una esasperazione della regionalizzazione e non è facile trovare una soluzione. Dovrebbe esserci un ripensamento di quello che è assistenza nel caso della psoriasi con la ridefinizione dei Centri della psoriasi e dei criteri di trattamento», sottolinea il professor Naldi.

A farne le spese oltre che i medici, per la difficoltà nel seguire i pazienti, sono ovviamente i malati psoriasici, come sottolinea anche Mara Maccarone, presidente di A.DI.PSO (Associazione per la Difesa degli Psoriasici): «I pazienti sono spaesati e alla fine il risultato è evidente: anche in forma lieve, si dichiarano insoddisfatti delle aspettative di cura, abbandonano le terapie, con indiscusse implicazioni sulla progressione di malattia». È questo il percepito emerso da un’ampia indagine, condotta fra il 2016 e il 2018, su 8 mila pazienti con una storia di malattia iniziata mediamente in età giovanile, tra 21 e 30 anni (38 per cento) e fra 31 e 40 anni (41 per cento). Di questi, l’84 per cento si dice ‘disilluso’ riguardo le aspettative di cura spesso disattese, con il risultato che l’88 per cento rinuncia a sottoporsi a successive/nuove terapie o a recarsi da uno specialista per il monitoraggio della psoriasi. Un dato allarmante che denuncia da un lato la sottostima della malattia da parte dei pazienti e dall’altro la necessità, prioritaria, del medico di meglio educare gli psoriasici sugli sviluppi della malattia, sia in termine di implicazioni importanti, quando trascurata, sia delle nuove opzioni terapeutiche offerte oggi dalla ricerca. «Un altro aspetto importante – conclude Maccarone – è la difficoltà nel parlare con i referenti Istituzionali come avviene per noi da tempo nella Regione Lazio. E' tutto molto faticoso e invece serve maggior rispetto per i cittadini malati». (EUGENIA SERMONTI)

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