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Di Pietro Senaldi

Sanremo 2019, Mahmood e lo schiaffo islamico agli anti-Salvini: al Festival vince un inno all'Occidente

11 Febbraio 2019

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Sanremo 2019, la vittoria di Mahmood: il Festival dell'immigrazione si chiude con un inno all'occidente

Era partito come il festival degli immigrati, con quattro canzoni dedicate al tema e Claudio Baglioni che nella conferenza stampa di presentazione giudicava farsesca la politica del governo sui profughi, e così è finito. Ha vinto Mahmood, rapper milanese di madre sarda e padre egiziano, con una canzone autobiografica, «Soldi», nella quale manda il genitore islamico al diavolo come neppure Salvini sarebbe stato capace di fare, dandogli dell' avido, falso e musulmano allo champagne. Ma questo è irrilevante, perché del testo non importa niente a nessuno, contano solo le origini del giovane, da strumentalizzare alla bisogna.

In mezzo, il nulla, il Festival non è mai decollato, è rimasto paralizzato dalle polemiche pre gara, una partenza falsa che ha pregiudicato tutta l' edizione, soffocata dalla paura dei protagonisti di essere processati sulla pubblica piazza per ogni dichiarazione non banale o qualsiasi minimo tentativo di satira. Se questo è il cambiamento, ci si divertiva di più prima. Perciò, per quanto oziosa, la rissa da pollaio sul vincitore dà almeno il senso che qualcosa è vivo. L' arte ha latitato e la politica si è presa il palcoscenico.

Va subito detto che il vincitore è innocente. Mahmood ha chiarito che, a dispetto del nome, è italiano al cento per cento. Non ha lanciato slogan né appelli, spalancando gli occhi stupefatto di fronte a ogni tentativo di tirarlo in mezzo e scansando insistentemente ogni polemica. Bravo. Per il resto, ha cantato il suo brano, che più che uno spot per l' integrazione sembra il racconto delle difficoltà di un matrimonio misto, nel quale il giovane prende le parti della mamma e invita il padre a fare il ramadan e girare al largo, rinfacciandogli di essere riapparso nella vita del figlio solo quando questi ha messo insieme i primi quattrini. L' immagine dell' immigrato non ne viene fuori benissimo, specie nei rapporti con gli italiani.

Niente slogan, niente appelli - Il brano può piacere o meno, ma non è questo il punto. Si sa che Sanremo premia spesso canzoni per nulla memorabili e poi magari, se sul palco sale un genio come il giovane Zucchero o il Vasco Rossi di «Vita Spericolata», lo relega all' ultimo posto. Quel che resterà è il tentativo della sinistra dell' accoglienza di appropriarsi della vittoria di Mahmood. Il giubilo con cui essa è stata accolta dai progressisti, che l' hanno celebrata con lo stesso entusiasmo e le medesime dichiarazioni che avrebbero riservato all' approvazione dello ius soli, ha svuotato l' affermazione del rapper di ogni connotato artistico, relegandola a mero fatto politico. Non gli hanno fatto un favore. I primi a insinuare che «Soldi» abbia vinto per chi la cantava e non perché meritava sono stati quelli che si sono spellati le mani parlando del trionfo della nuova Italia multietnica.

Legittimi sospetti - A complicare le cose e rafforzare i sospetti ci si è messa la questione del televoto. Già, perché secondo il responso di chi da casa pagava per votare, il vincitore avrebbe dovuto essere un altro. Tale Ultimo, romanaccio, per tutta la settimana in testa alla classifica del pubblico da casa, il quale invece è arrivato secondo e, modesto di nome ma non di fatto, si è arrabbiato molto, insultando i giornalisti in sala stampa e la speciale giuria che l' hanno fatto perdere, ribaltando il verdetto popolare. Non è stato simpatico e la sua canzone non era un capolavoro ma ci si può sforzare di capirlo. Mahmood aveva il 14% dei consensi al televoto mentre l' ugola capitolina veleggiava ben oltre il 45%.

Insomma, la vittoria del ragazzo che Allah ci ha regalato attraverso padre egiziano degenere e supermamma italiana, che il giovane cita alla prima frase della canzone come neanche avrebbero fatto Al Bano o Claudio Villa, è stata creata in laboratorio, alla stregua di un falso permesso di soggiorno umanitario regalato a chi non scappa da guerre. Si è trattato di un blitz, le cui vittime sono state anche, per onor di cronaca, i ragazzi del Volo, il nostro terzetto melodico che all' estero vende milioni di dischi con la canzone italiana vecchia maniera ma che i congiurati, per snobismo o per non rischiare di passare per sovranisti, hanno voluto punire a tutti i costi.

Il popolo e gli esperti - Nessuno scandalo, queste sono le regole, ma forse Baglioni non sbaglia a sostenere che andrebbero cambiate. Se dev' essere festival popolare, voti solo il popolo. Se deve tornare festival della canzone, la parola sia solo agli esperti. In ogni caso, nulla ci salverebbe dalle polemiche, ma ne guadagnerebbe la chiarezza: tutti saprebbero chi è il padre certo del vincitore, egiziano, progressista o musicista che sia. Poiché la gente ha scelto Ultimo mentre i premi della critica, ovverosia dei giornalisti, sono andati tutti a Silvestri e Cristicchi, entrambi immeritatamente giù dal podio, dobbiamo dedurre che decisiva nell' affermazione di Mahmood è stata la scelta della commissione speciale di esperti. Gli ottimati, l' élite del pensiero, esperti di tutto tranne che di canzonette: il giornalista anti-Salvini Severgnini, il regista turco Ozpetek, la bella Pandolfi, il cuoco Bastianich, la conduttrice Raznovich, l' eterna ragazza rossa Dandini, e a salvar la baracca Pagani, musicista impegnato. Una compagnia di giro etnicamente mista e ideologicamente compatta, rispettabile ma dalla quale non ci si poteva aspettare nulla di diverso. Fin dal primo giorno non hanno nascosto di pensare che la vittoria di Mahmood sarebbe stata un pugno in faccia a Matteo Salvini e alla sua politica migratoria. Hanno fatto il loro in coscienza e fede, più in Allah che nella canzone italiana.

di Pietro Senaldi

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