Dimentichiamo per un momento l’immagine del maggiordomo umanoide che ci serve il caffè mentre leggiamo il giornale. La vera rivoluzione robotica non farà rumore, non avrà sembianze cinematografiche e probabilmente non la chiameremo nemmeno “robot”. Sarà una trasformazione silenziosa, diffusa e progressiva, che cambierà il modo in cui viviamo e lavoriamo attraverso un ecosistema di tecnologie intelligenti. Ne parliamo con Gianluigi Ballarani, docente dell’Università di Pavia ed esperto di digital marketing, per capire cosa ci aspetta davvero.
«Se guardiamo al mondo del lavoro», spiega Ballarani, «la domanda non è se gli assistenti automatici diventeranno normali. Lo sono già». Nei magazzini della logistica globale, nelle fabbriche manifatturiere, negli ospedali, robot mobili autonomi spostano merci, collaborano con i tecnici, ottimizzano flussi produttivi. I cosiddetti cobot lavorano fianco a fianco con le persone. Sistemi di intelligenza artificiale pianificano turni, prevedono guasti, migliorano l’efficienza. La novità non è solo l’automazione, ma l’adattività. «Questi sistemi non eseguono più soltanto istruzioni rigide», sottolinea. «Apprendono dai dati, si adattano ai contesti, prendono decisioni in ambienti complessi. È l’integrazione tra robotica e IA generativa che sta cambiando scala al fenomeno».
E nelle nostre abitazioni? Qui l’immaginario corre veloce verso i robot umanoidi, come Optimus, il progetto presentato da Elon Musk per Tesla. L’idea è chiara: macchine generaliste capaci di svolgere molte attività domestiche. «La casa sta già diventando intelligente», osserva. Elettrodomestici connessi, assistenti vocali, sistemi di gestione energetica, dispositivi di sicurezza automatizzata, termostati che apprendono le abitudini familiari: tutto questo non è futuro, è presente.
La vera rivoluzione sarà una fusione tra ambienti intelligenti, robot specializzati (come quelli per la pulizia o l’assistenza) e intelligenze artificiali sempre più autonome. Non un unico robot onnipotente, ma una rete coordinata di sistemi che dialogano tra loro. Il salto verso robot umanoidi “general purpose” richiede progressi significativi nella cosiddetta “AI fisica”: manipolazione fine degli oggetti, equilibrio dinamico, autonomia energetica, sicurezza assoluta in presenza di bambini e animali.
«Non è solo una questione di software», precisa Ballarani. «Entrano in gioco meccanica, costi, affidabilità industriale. È un percorso che richiede tempo». Arriveranno? «Sì, ma prima assisteremo a una trasformazione invisibile delle nostre case. L’intelligenza si diffonderà nell’ambiente prima ancora di incarnarsi in una macchina che cammina». Le grandi aziende tecnologiche stanno investendo miliardi nell’integrazione tra IA avanzata e robotica. Google, Amazon e Meta lavorano su modelli capaci di “ragionare” anche nel mondo fisico. Visionari come Elon Musk o Peter Diamandis parlano apertamente di una diffusione di massa entro il prossimo decennio. Ma la storia dell’innovazione insegna che la tecnologia si diffonde dove genera valore economico immediato. Per questo i primi ambiti di normalizzazione restano industria, logistica, sanità, assistenza agli anziani. Il salotto arriverà dopo.
La trasformazione, secondo Ballarani, sarà così graduale da risultare quasi invisibile. «Non ci sarà un giorno in cui diremo: da oggi i robot sono normali. Semplicemente inizieremo a delegare sempre più decisioni e funzioni: prima la luce, poi la temperatura, poi la sicurezza, poi l’organizzazione del lavoro, poi parti delle nostre scelte quotidiane». A quel punto il robot non sarà più una macchina antropomorfa seduta a tavola. Sarà l’infrastruttura intelligente che organizza silenziosamente la nostra vita. E forse, conclude, smetteremo perfino di chiamarla “robot”.




