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Coronavirus, il mistero dei malati con sintomi che sono negativi al tampone

Melania Rizzoli
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 Molte cose ancora sfuggono. Abbiamo imparato a riconoscerlo, ad identificarlo, lo abbiamo isolato, ne abbiamo sequenziato il genoma, gli abbiamo dato un nome, preso contezza della sua pericolosità e letalità, e tentato di difenderci da lui con ogni tipo di farmaco a disposizione, eppure ci sono alcuni aspetti del Coronavirus ancora ignoti. A cominciare dai diversi quadri clinici che sviluppa e le controverse manifestazioni che ne derivano, su cui la comunità scientifica è chiamata di nuovo a confrontarsi. Un nuovo fenomeno sta preoccupando gli esperti impegnati a combattere il Covid19, perché questo virus sembra si diverta a nascondersi, a confondere le idee, a rivoltare le carte in tavola abbattendo le poche certezze acquisite nel mostrare beffardo le sue diverse facce un poco alla volta. La nuova insidia sono i molti casi che, nelle ultime settimane, sono arrivati all'osservazione medica, di persone che presentavano sintomi sfumati oppure evidenti dell'infezione da Coronavirus - come febbre, tosse, dispnea e polmonite interstiziale - ma che ai test-tampone, ripetuti più volte, risultavano sempre negativi, al punto che molti analisti hanno iniziato ad esaminare in una diversa prospettiva il valore di questo esame, finora ritenuto l'unico sicuro dal punto di vista diagnostico di infezione in atto.

Nei mesi scorsi gli esami ematologici e radiologici avevano evidenziato seri problemi in pazienti che apparentemente non manifestavano sintomi specifici, ma che mostravano positività ai test naso-faringei e sierologici, a conferma dei sospetti clinici dei medici, mentre ora molte persone nelle quali viene sospettata l'infezione per l'evidenza dei disturbi in atto, alle analisi specifiche risultano negative nonostante gli specialisti siano sicuri della loro diagnosi clinica, confermata non solo dalla sintomatologia, ma addirittura dal quadro radiologico e tomografico di polmonite interstizio-alveolare che restituivano le immagini "a vetro smerigliato" di interi lobi polmonari aggrediti, una fotografia ormai tipica e consolidata dell'azione virale. La prima segnalazione di tale espressione patologica è arrivata da Taranto, dove 45 pazienti su 100 sono risultati negativi a due Tamponi successivi nonostante avessero certamente contratto la malattia, ed altri sono stati individuati a Chiavari e in Lombardia, come ha confermato in uno studio congiunto condotto a Codogno dal virologo Fabrizio Pregliasco, dell'università di Milano, e pubblicato su Radiology.  Ma come è possibile questa nuova nuova forma clinica della malattia? L'ipotesi che è stata avanzata è che la negatività di tali pazienti al test-tampone possa essere legata al fatto che l'esame sia stato eseguito troppo in anticipo, prima che il virus fosse rilevabile, o addirittura eseguita in maniera non corretta, oppure imputata alla presenza di falsi negativi finora sconosciuti, e in ogni caso è emersa l'esigenza di dover sorvegliare e indagare più a fondo questo tipo di malati. Che i falsi negativi siano più di quanto si immagini lo rivela uno studio della Johns Hopkins School of Public Health, che tra i tamponi eseguiti al quinto giorno dell'infezione ha scoperto ben il 38% di falsi negativi, percentuale che scende al 20% all'ottavo giorno, che è quello consigliato dagli autori dello studio per eseguire il test - tutto il contrario di quello che raccomanda il monitoraggio epidemiologico a cura dell'Iss e ministero della Salute, che puntano all'esecuzione entro tre giorni. Il problema però non è solo quando ma anche come si fanno i tamponi, che dovrebbero essere inseriti in posizione orizzontale rivolta in direzione del canale uditivo destro e sinistro, dove si raccoglie il muco, anziché in posizione verticale obliqua nelle cavità naso-faringee, poiché in tal modo il rischio è che che il Tampone non raggiunga la zona esatta dove il virus si insedia e dove va ricercato. Inoltre molte volte i tamponi sono stati eseguiti in modo troppo delicato per paura di far male o dare fastidio al paziente già sofferente, ed in tal modo molti test sono risultati negativi perché la carica virale non è stata catturata, oppure perché ricercata troppo in anticipo e quindi ancora troppo bassa. In realtà ad oggi non abbiamo alcuna certezza in merito alla reale diffusione dell'infezione da Covid-19 tra la popolazione italiana, poiché il numero dei contagi é direttamente  proporzionale al numero dei tamponi eseguiti, il che è a sua volta enormemente inferiore rispetto alla necessità di effettuare screening di massa finalizzati ad individuare i positivi asintomatici o paucisimtomatici, altamente infettanti, che sono l'elemento valutativo chiave da prendere in considerazione. 

 

 

In alcuni dei pazienti sintomatici simil Covid, che risultavano negativi al test-tampone, le tracce del virus sono state rilevate in un secondo momento attraverso l'esame broncoscopico eseguito per confermare la diagnosi, e tali tracce sono state trovate nei bronchi, cioè nelle vie aeree inferiori rispetto a quelle superiori naso-faringee, a dimostrazione del classico percorso del virus verso gli alveoli polmonari. Ciò che preoccupa è l'idea che il tampone possa non essere l'unico strumento efficace ad individuare chi è affetto da Covid, chi ha sintomi compatibili con la malattia ma risulta negativo al test, il che induce a ritenere che il numero attuale di positivi all'infezione virale sia di molto sottostimato, ed è stato calcolato che praticamente la metà degli infetti sia sfuggito alla contabilità dei contagi. Per cui oggi nei pazienti che mostrano sintomatologia specifica da Coronavirus ma risultano negativi al tampone, vengono eseguiti anche gli esami radiologici per cercare i suoi effetti nel profondo dei bronchi, oltre a quelli ematologici per confermare o meno la cascata infiammatoria dovuta alla tempesta immunitaria tipica di questa malattia.  La necessità di elaborare nuove strategie di monitoraggio, tra le quali quelle con i test sierologici attualmente in corso, si impone quindi per individuare le persone sintomatiche o asintomatiche che effettivamente hanno od hanno avuto la malattia e continuano ignare a trasmettere il virus, contribuendo alla sua diffusione anche a due settimane dopo la presunta guarigione clinica, una prolungata contagiosità già confermata dall'Oms, ed a complicare ulteriormente le cose c'è anche la possibilità che il virus non scompaia totalmente dal corpo e non abbandoni più l'ospite che ha infettato, restando latente o in letargo, al riparo da tutte le tecniche e gli esami oggi a disposizione per cercarlo, stanarlo e disattivarlo. Purtroppo per sapere cosa accadrà a medio e lungo termine ci vorrà del tempo, per acquisire informazioni più precise e scientificamente solide, e soprattutto per non dare false speranze od errate certezze su un virus del quale sappiamo ancora troppo poco.

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