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Tumore al colon retto: il segnale che fa scattare l'allarme rosso

di Paola Natalimartedì 27 gennaio 2026
Tumore al colon retto: il segnale che fa scattare l'allarme rosso

4' di lettura

Nel 2023 il tumore del colon-retto è stato la prima causa di morte per cancro tra gli uomini sotto i 50 anni e la seconda tra le donne negli Usa. Situazioni simili sono state osservate anche nel Regno Unito, dove rappresenta circa il 10% dei decessi per cancro nella popolazione giovane. In generale, però, i decessi per tumore nella fascia 35-69 anni sono in calo grazie a prevenzione, screening e nuove terapie. Negli Stati Uniti, dal 2022 gli esperti hanno osservato un aumento dei casi di cancro tra i giovani sotto i 50 anni, in particolare per il tumore al seno e al colon-retto. L’ultimo report dell’American Cancer Society segnala un dato preoccupante infatti il carcinoma colonrettale è l’unico tumore per cui la mortalità negli under 50 è in aumento, mentre per altri tumori come leucemia, tumori cerebrali, seno e polmone i decessi continuano a diminuire. Dal 2005, la mortalità per cancro del colon-retto negli americani giovani è aumentata dell’1,1% all’anno. Cerchiamo di capire con il Prof Ermanno Leo, chirurgo oncologo che dalla fine degli anni ’80, si è dedicato quasi esclusivamente alla patologia del colon-retto presso l'Istituto dei Tumori di Milano ed ha creato e diretto fino al 2019 la Struttura Complessa di Chirurgia del colon-retto, unica in Italia, com’è la situazione nel nostro Paese, in particolare per i giovani.

Dottore, qual è oggi la situazione del tumore del colon-retto, soprattutto nella fascia giovanile?

"Purtroppo la situazione, dal punto di vista culturale e della prevenzione, non è positiva. Negli ultimi anni si è assistito a una vera e propria crisi della cultura della prevenzione, aggravata anche da fattori recenti come il periodo del Covid e dalle difficoltà sociali ed economiche che stiamo vivendo. Ormai è un dato consolidato che esista un aumento dei tumori del colon-retto nei soggetti giovani, sotto i cinquant’anni, oltre a quelli in età più avanzata. Questo rende ancora più necessario investire nella cultura della prevenzione. È fondamentale informare i giovani dell’esistenza del problema, senza spaventarli, ma rendendoli consapevoli. Sapere che il rischio esiste può portare ad anticipare i controlli e le valutazioni preventive, soprattutto nei soggetti che presentano familiarità".

Quanto conta la familiarità?

"È molto importante. Se in famiglia, genitori o nonni, si sono verificati casi di tumore del colon-retto, questo non significa avere la certezza di ammalarsi, ma rappresenta un motivo in più per sviluppare una cultura della prevenzione e sottoporsi a esami mirati. Questi controlli possono servire sia a escludere la presenza della malattia, sia a scoprirla in una fase così iniziale da permettere una guarigione completa. In questi casi, anche un intervento chirurgico ben eseguito può portare a sopravvivenze molto lunghe, fino alla guarigione.  Curarsi in anticipo, nelle malattie oncologiche, significa spesso guarire. Quando il tumore viene intercettato ai suoi esordi, i risultati sono eccellenti. Al contrario, quando la malattia ha il tempo di crescere e diffondersi in altre parti del corpo, si entra in una rincorsa molto più difficile, che diventa un problema di sopravvivenza".

Quali strumenti di prevenzione o diagnosi precoce abbiamo oggi?

"Un passo importante è rappresentato da esami semplici come la ricerca del sangue occulto nelle feci. In presenza di qualunque disturbo, è fondamentale segnalarlo al proprio medico e, se possibile, rivolgersi a uno specialista competente in queste patologie. Dobbiamo però fare una distinzione importante: prevenzione e diagnosi precoce non sono la stessa cosa. Oggi non abbiamo strumenti certi per prevenire completamente il tumore del colon-retto, nel senso di poter dire “fai questo e non ti ammalerai”. Possiamo però puntare sulla diagnosi precoce: individuare la malattia quando è in fase iniziale e quindi curabile con finalità di guarigione".

Dalla sua esperienza, arrivano più pazienti giovani o in età avanzata?

"Purtroppo arrivano soprattutto pazienti in età più avanzata. È importante far capire che un tumore non nasce all’improvviso, come un’influenza. Non è una malattia che si contrae da un giorno all’altro. Spesso ha almeno uno o due anni di evoluzione silenziosa, durante i quali cresce nel punto in cui nasce e può anche diffondersi ad altri organi. Per questo motivo, quando la diagnosi arriva tardi, ci troviamo a inseguire la malattia. A quel punto entrano in gioco non solo la chirurgia, ma anche la chemioterapia e la radioterapia, con un impatto importante sulla qualità e sull’aspettativa di vita".

Quali sono i sintomi a cui prestare attenzione?

I sintomi iniziali sono spesso difficili da individuare. Proprio per questo è fondamentale conoscere la propria storia familiare e osservare eventuali cambiamenti delle abitudini intestinali. La presenza di sangue nelle feci, ad esempio, può essere legata anche a patologie benigne come le emorroidi, ma non va mai sottovalutata. È sempre meglio approfondire. I sintomi della malattia iniziale sono poco evidenti, mentre quelli della malattia avanzata sono purtroppo più chiari. Il nostro obiettivo deve essere evitare di arrivare a una diagnosi tardiva. Meglio fare qualche esame in più quando si è giovani, piuttosto che accorgersi della malattia quando è già avanzata e si è diffusa oltre il luogo di origine.

Che ruolo ha oggi la ricerca e la terapia farmacologica?

La ricerca è fondamentale e oggi si affida soprattutto ai farmaci. Non hanno risolto definitivamente il problema, ma permettono di rallentare la crescita della malattia e offrire benefici importanti ai pazienti. Bisogna però prestare molta attenzione alla tossicità. Alcune terapie, sebbene efficaci sulla carta, possono non essere ben tollerate dall’organismo, perché i farmaci non colpiscono solo le cellule tumorali ma anche quelle sane. Questo può causare effetti collaterali e intolleranze tali da rendere necessaria l’interruzione della terapia.