Ansia e depressione potrebbero essere molto più di semplici disturbi dell’umore: in alcuni casi, rappresentano i primi segnali di un morbo di Parkinson ancora invisibile. Una nuova ricerca italiana accende i riflettori su questa possibile diagnosi precoce. Il morbo di Parkinson infatti potrebbe iniziare a manifestarsi ben prima dei sintomi motori che lo rendono riconoscibile. Ansia e depressione, disturbi molto diffusi nella popolazione, potrebbero rappresentare in alcuni casi segnali precoci della malattia, anticipandone la comparsa anche di diversi anni.
A evidenziarlo è uno studio condotto dall’IRCCS Neuromed di Pozzilli, in collaborazione con l’Università LUM, che ha analizzato il legame tra disturbi dell’umore e sviluppo del Parkinson nel tempo come riportato. La ricerca, pubblicata sul Journal of Neurology, si inserisce nel progetto epidemiologico “Moli-sani”, uno dei più ampi studi italiani sulla salute della popolazione. Gli studiosi hanno seguito oltre 24mila persone per un periodo mediano di quindici anni. Tra queste, 1.760 presentavano già al momento del reclutamento una diagnosi di ansia o depressione con relativo trattamento farmacologico. Confrontando i dati nel corso degli anni, è emerso che chi soffriva di questi disturbi aveva un rischio doppio di sviluppare il Parkinson rispetto a chi non ne era affetto. Ma il dato più significativo riguarda il fattore tempo: l’associazione tra disturbi psichiatrici e comparsa della malattia si manifesta in modo chiaro solo quando tra i due eventi intercorrono meno di dieci anni. Oltre questa soglia, il legame tende a scomparire.
Un elemento che suggerisce come ansia e depressione, in questi casi, non siano semplici condizioni concomitanti, ma possibili segnali di una neurodegenerazione già in atto. «La finestra temporale di circa dieci anni che abbiamo identificato è un dato concreto che può aiutare i clinici a interpretare meglio alcuni segnali precoci», spiega Francesca Bracone, prima autrice dello studio. «Non si tratta di creare allarmismi: ansia e depressione sono disturbi molto comuni e nella maggior parte dei casi non evolvono in Parkinson. Tuttavia, se associati ad altri sintomi non motori, come disturbi del sonno o perdita dell’olfatto, possono richiedere maggiore attenzione». Un ulteriore elemento emerso riguarda la terapia: il rischio risulta più elevato nelle persone trattate contemporaneamente per ansia e depressione. «Questo rafforza l’importanza di incrociare dati clinici e farmacologici per identificare correttamente i soggetti a rischio», sottolinea Alfredo Berardelli, professore emerito alla Sapienza di Roma e coordinatore della ricerca. Secondo gli esperti, questi risultati potrebbero aprire la strada a nuove strategie di sorveglianza, capaci di integrare i percorsi diagnostici tradizionali. «Una maggiore attenzione ai segnali psichiatrici precoci potrebbe fare la differenza», osserva Augusto Di Castelnuovo. La sfida, ora, è trasformare queste evidenze in strumenti concreti per anticipare la diagnosi e intervenire il prima possibile su una malattia che, ancora oggi, viene riconosciuta troppo tardi.




