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Scamarcio fascista innamorato? E la sinistra va in tilt: il caso de "L'ombra del giorno"

Giampiero De Chiara
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«Dedicato al silenzio di coloro che in Italia hanno tenuto nell’ombra questo film che parla d’amore, di guerra e di leggi razziali: ma questo silenzio mi rafforza ogni giorno di più, è la mia medaglia». Così Giuseppe Piccioni commentava, lo scorso novembre, la recensione positiva (4 stelle su cinque) del prestigioso quotidiano inglese The Guardian del suo ultimo film da regista L’ombra del giorno uscito nel 2022 e passato sotto silenzio nei cinema italiani (meno di 500mila euro incassati nelle prime visioni) e anche nell’industria cinematografica (soltanto tre candidature ai Nastri d’Argento). 

Una critica che ha portato però un po’ di fortuna al film che continua a vivere di vita propria a due anni dall’uscita sul grande schermo e che riesce, adesso, a raccogliere quelle gratificazioni che prima gli erano mancate. Il film, ambientato ad Ascoli nel 1948 durante il fascismo nel momento che il regime di Mussolini istituì le leggi razziali, è infatti “sbarcato” su Netflix lo scorso 25 gennaio, due giorni prima della Giornata della Memoria in ricordo delle vittime dell’Olocausto.

SECONDA GIOVINEZZA
Sei giorni prima, venerdì 19 gennaio, era passato su su Rai 3 ed era stato visto da 1.043.000 telespettatori con uno share del 6.07%. In pratica il film dimenticato (e poco visto) è riuscito a conquistarsi un nuovo posto sotto i riflettori. Questa seconda giovinezza del lungometraggio rilancia anche la figura di Giuseppe Piccioni che fa cinema da quasi quaranta anni (Il grande Blek, il suo esordio del 1987) autore molto sottovalutato dal nostro cinema che pur avendo partecipato due volte al festival del cinema di Venezia nel suo carnet personale ha soltanto cinque David di Donatello vinti con lo struggente Fuori dal Mondo (1999) con una inedita Margherita Buy nei panni di una suora.

Con L’ombra del giorno, uscito a sei anni di distanza da Questi giorni opera massacrata ingiustamente dalla critica italiana militante alla Mostra di Venezia, il regista continua il suo discorso di un cinema popolare, diverso, che abbraccia i vari generi. Prende Scamarcio (anche produttore del film) e gli regala un ruolo da protagonista che conferma e rilancia l’attore come uno dei migliori interpreti della sua generazione. La storia ricorda un po’ quei melò francesi alla Truffaut (La signora della porta accanto, L’ultimo metrò) e comincia quando sono state appena promulgate le leggi razziali, terminando quando l’Italia decide di entrare in guerra nel 1941. Ambientato ad Ascoli, quasi tutto girato in un ristorante, sulla famosa piazza del Popolo del capoluogo marchigiano. Scamarcio è il proprietario del locale: un ex soldato della prima guerra, reso zoppo da una ferita alla gamba. È un fascista moderato più per convenienza che per credo politico, che si innamora di una sua dipendente. Senza rivelare altro, questo amore segnerà un cambio totale nella vita di entrambi. Una curiosità: sul set è nato anche l’amore tra i due protagonisti che ha infiammato e infiamma il gossip italiano.

PARAGONI
Il film è avvincente, appassiona ed è pieno di grazia cinematografica. Scamarcio recita di sottrazione ed è bravissimo. La Porcaroli è perfetta nei panni di una donna che non riesce a nascondere i propri sentimenti. Piccioni costruisce una opera che tiene incollato lo spettatore fino ad un finale liberatorio in riva al mare. Un’opera che è stato paragonata addirittura a Il Giardino dei Finzi Contini di Vittorio De Sica (1971), dal giornale inglese The Guardian. «Una produzione classica realizzata in maniera potente, con attori eccellenti che danno il loro meglio», scrive il quotidiano. Che, inoltre, ricorda come il regista «non è mai diventato un nome di moda ai festival, come Sorrentino o Guadagnino, ma ora ha realizzato una storia davvero coinvolgente, malinconica, un dramma romantico vecchio stile narrato con ardore...». Un ardore che ha ridato nuova linfa ad un film e ad un regista che sono stati colpevolmente sottovalutati.

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