Capelli lunghi e baffetto («Merito di Gino Paoli»), ma soprattutto simpatia e grande talento. Demo Morselli l’abbiamo conosciuto alla tromba- ha lavorato con artisti incredibili come Fabrizio De André, Eugenio Finardi, Gino Paoli, Lucio Dalla, Ray Charles, Phil Collins, Michael Bublé tanto per fare qualche nome e poi l’abbiamo amato come arrangiatore e direttore d’orchestra in tv a “Buona Domenica” e al “Maurizio Costanzo Show”. Ora Demo («Ma in famiglia mi chiamano Demos») ha 64 anni ed è in pensione («Ho iniziato prestissimo a lavorare»), ma continua a esibirsi in tutta Italia con la sua “Demo Big Band Orchestra”.
Demo Morselli, trovarla in un momento libero è quasi un’impresa.
«Sono tornato alle 3 di stanotte da Civitavecchia, dove ho fatto uno spettacolo con il comico Maurizio Battista».
Gira parecchio?
«Tantissimo e sempre in auto: percorro 100mila km l’anno. Dopo essere stato per anni in hotel e ristoranti, però, ogni volta preferisco tornare subito a casa qui a Porto Santo Stefano».
Chi guida?
«Sempre io, ma mia moglie Lucia, che è anche la mia manager, mi fa compagnia».
Prossimi impegni?
«Dal 17 dicembre all’8 febbraio, tutti i giorni, sono in scena al Teatro Olimpico di Roma sempre con Maurizio Battista e Marcello Cirillo. Mi occupo degli interventi musicali con la “Demo Morselli Big Band Orchestra”. E poi improvvisiamo in base ai gusti degli spettatori».
A proposito, la gente cosa le chiede quando la incontra?
«“Ma i capelli sono tuoi?”. E alcuni me li tirano per verificare. Oppure: “Mi fai il saltello?”».
Già, il famoso balzo per chiudere i brani che è diventato una sua caratteristica.
«Sa che non ricordo perché e quando ho iniziato? La verità è che sempre stato istintivo e non riesco a resistere».
Nessuno le domanda perché non la si vede più in tv?
«Certo. Rispondo che sto girando con l’orchestra senza approfondire».
Noi, invece, poi approfondiremo. Intanto una curiosità: è in pensione?
«Da 6 anni, perché ho iniziato a lavorare, pagando i contributi, da giovanissimo».
Torniamoci, al piccolo Demo Morselli.
«Nasco a Reggio Emilia il 12 novembre 1961, ma cresco in un paesino di nome Rolo. Papà Ivano fa l’operaio, mamma Gianna la casalinga e ho una sorella che si chiama Cristina».
Da dove arriva il nome Demo?
«In realtà i miei vorrebbero chiamarmi Demos, ma all’anagrafe dicono che non si possono registrare nomi stranieri. E così, ufficialmente, divento Demo senza “esse”».
Che bambino è?
«Tranquillo e pacioccone».
Intende come carattere?
«No, no, sono sovrappeso fino al servizio militare. Poi dimagrisco».
E fa ricrescere i capelli?
«Da bambino i miei genitori me li fanno tagliare sempre a spazzola, inizio a tenerli lunghi negli Anni ’80, quando conosco Fiorello e il suo codino».
Parliamo di musica.
«Papà e uno zio suonano la tromba, un altro zio il sax: inevitabile appassionarmi».
Ha un sorriso furbo.
«Quando ho 5 anni aspetto che loro tornino dalle esibizioni con la banda, prendo di nascosto gli strumenti da sotto il letto e inizio a soffiarci dentro».
È subito bravo?
«Riesco a produrre suono, che non è facile. Papà se ne accorge e mi propone di continuare. Così, dai 9 ai 14 anni, suono nella banda di Rolo e in quelle dei paesi limitrofi».
Poi studia musica seriamente.
«Frequento il Conservatorio di Ferrara e, nel 1977, mi diplomo in tromba».
Quando si trasferisce a Milano?
«Subito, perché faccio un’audizione per entrare nell’orchestra “I Pomeriggi Musicali”».
La prendono?
«Sì e il giorno dopo, con la stessa camicia, gli stessi pantaloni e 10mila lire in tasca, suoniamo il “Lago dei Cigni” al Castello Sforzesco insieme con il corpo di ballo de “La Scala”. In quel momento capisco che voglio fare il musicista».
E ci riesce, tanto che nel 1985 si esibisce con Ray Charles.
«Viene in concerto a Milano, ma porta solo il direttore d’orchestra e il batterista: il resto degli strumentisti li prende qui e io ne faccio parte».
Che ricordo ha?
«Lo vediamo nel pomeriggio per la prova, ci sente suonare e dice: “Very nice, good sound”. Poi lo ritroviamo direttamente per lo spettacolo».
Incontro emozionante?
«Lui è istrionico, cammina a ritmo di swing e, per me, è il Dio in terra: da grande fan e me lo ritrovo davanti dal vivo, pazzesco».
Ma in quel periodo lei ha già i baffetti?
«No, quelli sono merito di Gino Paoli».
Cioè?
«Lo incontro a Napoli e mi chiede di andare in tour con lui. Un giorno mi guarda: “Hai un viso greco interessante e il mento volitivo, mi ricordi Chet Baker: i baffi ti starebbero bene”».
E lo ascolta.
«Certo. A proposito: l’ho rivisto in tv qualche giorno fa e ora anche lui li ha come i miei, staccati dal naso».
Mai provato a tagliarli?
«Una volta, perla copertina di un disco. Quando mi arriva il vinile, però, non mi riconosco: “Ma chi è questo strano soggetto?”. Da quel momento li ho sempre tenuti».
Qualcuno sostiene che diano fastidio a suonare la tromba.
«A me, invece, hanno sempre aiutato».
Lei in quegli anni fa il “session man”, musicista specializzato nella registrazione di dischi, ed è molto ricercato. Va in tournée con i Pooh e con Finardi. E poi suona con De André.
«Nel 1989 mi chiama l’arrangiatore Mauro Pagani, dice che vorrebbe riprodurre una banda di paese nel brano “Don Raffaè”, ma non sa a chi chiedere. Allora contatto un amico che suona il clarinetto, io mi metto al trombone e al basso tuba e, con la magia delle sovra-incisioni, creiamo l’effetto richiesto».
Funziona?
«Siamo in studio di registrazione, in ossequioso silenzio, quando si apre la porta. È De André. “E tu chi sei?”, mi chiede. Io, che so a memoria tutti i suoi album, rispondo con un filo di voce il mio nome e gli spiego cosa abbiamo preparato. “Fammi sentire”. È entusiasta e rimane colpito: “Dove hai preso questa banda?”. E io: “Eccola qui, siamo io e il mio amico”».
Proprio in quel periodo, però, lei interrompe la carriera da trombettista.
«A 28 anni sono convinto di essere tra i più bravi, finché un giorno vado a un concerto di Wynton Marsalis e resto senza parole. Penso: “Potrei studiare per altre sette o otto vite, ma non raggiungerei nemmeno un decimo della sua abilità. E decido di abbandonare. Però...».
Però?
«Diventiamo amici. A fine esibizione vado a chiedergli un autografo e nota, al mio collo, un ciondolo a forma di tromba. Mi domanda se sono musicista e iniziamo a parlare, gli spiego che costruisco trombe e gliene regalo una».
Come mai sorride?
«Dopo due mesi mi arriva un pacco a casa e c’è una sua tromba originale, disegnata da lui. Regalo dal valore incredibile, e non solo economicamente».
L’ha mai usata?
«In una tournée con Jovanotti. Poi, per non rovinarla, l’ho smontata».
Anche Lorenzo ama la tromba, vero?
«Un giorno, nel 1988, sono a letto e, a mezzanotte, mi telefona Cecchetto: c’è da fare una registrazione con un nuovo ragazzo, vieni? Mi cambio, arrivo in studio e conosco Jova, che sta lavorando all’album “Lorenzo 1999”. Resta affascinato dal mio strumento, inizia a farmi mille domande e alla fine mi chiede di dargli lezioni private».
Accetta?
«Ci troviamo una volta alla settimana, impara velocemente e poi, nel tour del 1994, quello che facciamo con Pino Daniele ed Eros Ramazzotti in giro per l’Europa, ad ogni serata si esibisce in un assolo. Ed è sempre un’ovazione».
A proposito di Cecchetto, come vi conoscete?
«Ai “Magazzini Generali”, locale notturno di Milano dove ci arrivo dopo aver lavorato con la PFM e aver insegnato alla scuola di Franco Mussida. Cecchetto è geniale, sempre avanti, e mi lancia nel mondo della tv facendomi abbandonare la musica classica».
Come è il primo incontro?
«Mi sente suonare e dice: “Ho un artista nuovo, vuoi fare una prova con lui?”».
Chi è?
«Fiorello. Dopo un po’ Cecchetto ci chiama: “Tenetevi pronti che tra un mese c’è da fare un programma per Canale 5».
È il “Fiorello Show”, che va in onda al Palaeur di Roma il 29 gennaio 1995.
«Siamo tutti pischelli, ma Fiore è irraggiungibile: è vulcanico, ha mille idee, fa battute e, soprattutto, improvvisa tutto. E si inventa pure un mio soprannome».
Quale?
«“Ambro”, perché mi vede a fianco di Ambra Angiolini e abbiamo la stessa pettinatura».
La serata ha successo?
«Facciamo 12 milioni di telespettatori, incredibile. Quel momento mi cambia la vita e il giorno dopo, quando esco di casa, tutti mi riconoscono e mi chiamano “Ambro”».
A cambiarle la vita, però, è anche un matrimonio: quello tra Giorgio Gori e Cristina Parodi.
«Ci sono tutti, da Berlusconi a Confalonieri, e c’è pure Maurizio Costanzo che mi sente suonare con l’orchestra. Poco tempo dopo mi rivede a “Un disco per l’estate”, mi viene incontro e mi dà la mano dicendo: “Io e te faremo tanta strada insieme”».
Dandole del “tu”?
«Sì, caso rarissimo perché, a parte Fiorello, ha sempre dato del “lei” a tutti».
Così si ritrova a “Buona Domenica”, abbandona del tutto la tromba e si specializza come arrangiatore e direttore d’orchestra.
«Sì, ma senza essere un vero direttore d’orchestra: sono solo un autodidatta».
Come è l’esperienza nel programma domenicale?
«Complicata, perché ho appena preso un accordo con i “Magazzini Generali” per esibirmi ogni sabato sera e voglio rispettarlo».
Come fa?
«Parto da Roma in auto alle 19 del sabato con altri musicisti, arriviamo a Milano, suoniamo e rientriamo a Roma arrivando a notte fonda. Alle 13, poi, mi presento per la diretta a Canale 5».
Urca, impegnativo. Come è il rapporto con Costanzo?
«Fantastico, è lui a insegnarmi come ci si muove nel mondo della tv. Dopo tre puntate di “Buona domenica” gli chiedo: “Posso venire a vedere il Costanzo Show che sono curioso? Mi consegnano i biglietti perla prima fila e, appena si apre il sipario, Costanzo annuncia: “Abbiamo il piacere di avere il direttore d’orchestra Demo Morselli”. E io mi inchino».
È un momento d’oro, per lei.
«Lo capisce anche Maurizio, che mi propone di andare al “Costanzo Show” con la mia orchestra- composta da 24 elementi - ogni lunedì».
Lo storico pianista Bracardi come la prende?
«Benissimo, è il nostro primo fan e, oltre a fare i suoi accompagnamenti fantastici, a volte suona con noi».
Al “Maurizio Costanzo Show” in quegli anni passano artisti e personaggi pazzeschi. Qualche ricordo indimenticabile?
«Ne racconto due. Il primo è con Gabriella Ferri, donna istrionica, una tra le voci più belle della musica italiana, un talento paragonabile a Édith Piaf. Quando è ospite la accompagniamo senza mai provare, sempre improvvisando. Ed è un grande onore».
Il secondo?
«Michail Gorbaciov, che viene invitato poco dopo la morte della moglie Raisa. Maurizio gli chiede quale era la canzone preferita della signora, risponde “Dicitencello vuje” e gliela suoniamo. Gorbaciov si commuove, piange, e le immagini fanno il giro del mondo».
Demo, in quel periodo lei diventa così famoso che viene imitato: il comico Fabio De Luigi fa una sua versione esilarante a “Mai dire gol”.
«È talmente bravo che una mattina mia mamma mi chiama un po’ scocciata: “Demos, ma potevi dirmelo che sei andato a Mai dire gol”».
Meraviglioso. Vi siete mai incontrati?
«Maurizio una sera lo invita al “Costanzo Show” e gli chiede di dirigere l’orchestra, di spalle, al mio posto: per mezzora nessuno se ne accorge. Poi entro in scena e improvvisiamo una gag».
Ad un certo punto, però, lei molla la tv. Perché?
«Dopo 25 anni le cose cambiano e in quel momento sento la necessità di rallentare perché tra televisione, musica, concerti, non riesco a stare dietro a tutto. Penso che basti una piccola pausa per riordinare le idee, ma in realtà poi, quando decido di riprendere, capisco che non c’è più spazio per personaggi come me, ormai la tv è indirizzata verso i reality».
Le manca l’ambiente?
«Mi mancano le maestranze, tutti quelli che stanno dietro le telecamere».
Demo, non abbiamo parlato della sua vita privata.
«Sono sposato da 38 anni con Lucia Montella, che mi fa anche da manager».
Come vi siete incontrati?
«Faceva l’indossatrice e l’ho conosciuta attraverso un’amica comune durante la settimana della moda a Milano. Ci siamo innamorati e mai più lasciati: lei è sempre con me e mi accompagna nei i viaggi di lavoro».
Non avete figli, vero?
«Abbiamo perso un bimbo per un aborto spontaneo quando io avevo 38 anni. Poi abbiamo provato due volte con la fecondazione artificiale, ma senza esito».
E avete rinunciato all’idea.
«Sì. Quella che alcuni siti internet, erroneamente, indicano come nostra figlia, in realtà è nostra nipote Alisia».
Siamo alle ultime domande veloci. 1) Rapporto con la religione?
«Sono molto credente e ogni domenica sento la messa alla radio. E sono devoto di Padre Pio».
2) Paura della morte?
«Assolutamente no».
3) Ha tatuaggi?
«No, sono terrorizzato da tutto ciò che punge».
4) Ha animali?
«Due tartarughe terrestri di 45 e 60 kg che vivono 150 anni, pappagallini, un acquario e due gatti. Se potessi terrei uno zoo vero».
5) Tornerebbe a lavorare in tv?
«Con una proposta giusta sì, visto che adesso sono di moda i personaggi vintage. E mi piacerebbe lavorare ancora con Bonolis».
6) Cosa pensa dei giovani?
«Sono le nostra risorse e bisogna dar loro fiducia».
7) Rapporto con la tecnologia?
«Non sono per niente social e anche gli arrangiamenti li faccio ancora a mano».
8) Qualcuno che vorrebbe riabbracciare?
«Mamma a parte, Lucio Dalla. Ho lavorato poche volte con lui, ma è stato incredibile e ha avuto fiducia illimitata in me».
9) Che definizione darebbe di sè stesso?
«Sono una persona un po’ rustica, ma estremamente sincera e trasparente».
Ultima domanda: ha ancora un sogno?
«Girare il mondo con la mia orchestra, in pullman, per esibirci ovunque».




