Knock on Wood è il titolo della hit che nel ’79 ha spalancato, a Amii Stewart, i battenti del successo mondiale, ma è anche una espressione idiomatica che corrisponde al nostro “toccare ferro”. Non sono, tuttavia, i riti propiziatori che le hanno permesso di arrivare dove è arrivata, bensì il talento enorme, la volontà, la frenesia nello scavare dentro di sé e portare alla luce pepite d’oro stratificate nella sua anima. Proviene da una famiglia di Washington che le aveva inculcato di lavorare sodo per ottenere quel che si vuole, dopodiché le scuole che ha frequentato, unitamente alla prima esperienza teatrale che da Broadway la catapultò nel cuore dell’Europa, contribuirono a fortificare l’indole. A vent’anni o poco più era Regina di cuori nel Paese delle Meraviglie della disco music, e con un trionfo intercontinentale di tale portata poteva pure perdere la testa, se non fosse che la testa, già allora, era ben conficcata sul collo. Ha trovato poi la sua America in un Paese, l’Italia, che da moltissimi anni annovera, tra i suoi cittadini, un’artista le cui radici sono impiantate nel mondo intero. Come cantante ha perlustrato mondi lontanissimi, da Gianni Morandi (con cui divise gli allori di Grazie perché) a Ennio Morricone (che la volle come interprete delle sue melodie immortali), dalle sonorità new wave dell’amico fraterno Mike Francis al jazz, nelle sue multiformi articolazioni; come attrice, ha attraversato speditamente gli itinerari sia del musical (fu Maria Magdalena in Jesus Christus Superstar) sia del dramma introspettivo (incarnando i demoni di Billie Holiday in Lady Day, mentre ne La Pietà di Cerami e Piovani era una madre straziata dalla morte di un figlio per indigenza), concedendosi pure una variante jazzistica di Shakespeare, in compagnia di Albertazzi. Al Blue Note di Milano, con due concerti uno via l’altro lo scorso sabato, ha magnetizzato i convenuti nello spettacolo A New Line on the Horizon, legato concettualmente al suo progetto precedente, il cui titolo era Back to my Roots. Perché Amii, nella saggezza che ha acquisito, quando sofferma il proprio sguardo su una nuova linea dell’orizzonte porta sempre con sé la consapevolezza delle proprie origini.
Il pubblico del Blue Note ha vissuto questo incantevole trait-d’union tra passato e futuro...
«Il pubblico vuole sentire i cavalli di battaglia, e vuole quella sincerità emotiva che è il mio marchio di garanzia. Essendo una persona perennemente in movimento a livello spirituale, le canzoni crescono con me, così al Blue Note ho proposto, oltre a tre brani inediti, il repertorio antico in una veste nuova, che mette in risalto le mie radici nel Rhytm and Blues. Il concerto, per come lo concepisco io, è un caldo abbraccio con la gente».
La scelta, nell’83, di stabilirti in Italia avvenne un po’ per caso. Però il caso, si sa, non avviene mai per caso...
«Il mio arrivo in Italia è legato, in prima battuta, alla RCA che mi garantì, contrattualmente, una libertà assoluta a livello artistico, però sono convinta che ci sia una linea del destino nelle nostre vite. Da bambina, in America, quando giocavo a cowboy e indiani, accompagnavo il gioco fischiettando le musiche del grande Morricone. È un caso forse che, anni dopo, Ennio abbia scelto proprio la mia voce per dare voce alle sue melodie immortali nel disco Pearls? E vogliamo ritenere frutto del caso che una come me, innamorata da sempre della bellezza dell’arte, abbia trovato il più felice degli approdi nel Paese che più di tutti ammalia sotto il profilo artistico?».
Trent’anni fa il disco Lady to Ladies, in cui omaggiavi le icone mondiali. Se dovessi fare un disco dedicato alle interpreti italiane?
«Non potrebbero mancare Giorgia, Fiorella Mannoia, Arisa, Elisa, Tosca. Sceglierei poi un nome che spiazza, tipo Drusilla, che adoro».
Hai espresso ammirazione per Marco Mengoni. Se nel destino ci fosse pure un disco con lui?
«La mia è un’adorazione artistica, ma prima di tutto dovremmo incontrarci, perché non ci siamo mai incontrati de visu. Mi auguro di tutto cuore che ciò avvenga, e che dal nostro incontro possa scaturire qualcosa di magico».
Già me lo vedo, il disco di Amii e Marco. Con la partecipazione di...Sting
«Sarebbe il massimo. Sting è un genio assoluto che riversa la propria genialità in ogni sua canzone, come Stevie Wonder. Comunque, visto che sognare fa bene allo spirito, aggiungiamo Diana Ross».
Hai raccontato a teatro sia l’universo di Billie Holiday, sia le Supremes capitanate da Diana Ross. C’è un’altra icona cui vorresti accostarti teatralmente?
«Da ragazza c’era chi mi accostava a Joséphine Baker, ma lei era inarrivabile. Mi piacerebbe raccontare a teatro la Baker della maturità, la donna di infinita sensibilità che adottò bambini di ogni colore, volendo costruire attorno a sé un nucleo di convivenza pacifica e armoniosa tra le varie etnie in un mondo, quello di allora, dove ancora non si era sviluppata una sensibilità contro il razzismo».
Giovanissima, hai avuto come maestra Debbie Allen, che interpretava la severa insegnante di danza nel telefilm Saranno famosi. Se ti proponessero di fare l’insegnante in un talent, ti ispireresti a lei?
«Mi ispirerei alla enorme serietà e professionalità che lei aveva, e che ha trasposto fedelmente nel personaggio Lydia Grant, però sarei meno dura. Quando si insegna il canto, è necessario un approccio più morbido: le corde vocali sono muscoli sottilissimi da sviluppare con grande cura, e per far sì che non si danneggino, bisogna procedere nell’insegnamento passo per passo, con delicatezza e con tatto».
Hai provato più di una volta, negli ultimi anni, a portare a Sanremo tuoi brani. Che idea ti sei fatta sulle bocciature?
«Il segreto dei miei brani scartati è, in realtà, il segreto di Pulcinella: anche i muri sanno che a Sanremo comandano le grandi case discografiche, e per chi come me è indipendente, le strade sono sbarrate indipendentemente dalla qualità. In tutti i modi, non lo vivo affatto come un problema perché, se Dio vuole, la mia carriera artistica va sempre a gonfie vele, indipendentemente da Sanremo».
Sei l’unica a essere stata chiamata, per due anni di fila, a cantare per papa Wojtyla.
«Il Wojtyla al quale mi sono interfacciata era un pontefice la cui gioia e purezza si univa alla enorme dignità del peso degli anni, che rafforzava ulteriormente il suo carisma. Papa Leone XIV mi ricorda il Wojtyla giovane. Sono sicurissima che, col passare del tempo, eguaglierà il carisma di Giovanni Paolo II».
You really touched my heart è il titolo del tuo primo brano. Ancora non lo conoscevi, ma sembra scritta per Pietro, il tuo compagno di sempre...
«È proprio così: Pietro, più di ogni altro, ha toccato il mio cuore per davvero. È una persona estremamente buona e paziente, che in questi quarant’anni di conoscenza mi ha aiutato molto a crescere. Mio marito è un regalo enorme del destino».
Non sei una persona scaramantica ma capiteranno, anche a te, circostanze che richiedono il “knocking on wood”...
«Proprio di recente, mi è capitato di “bussare al legno” per il provino di un film al quale tenevo moltissimo: altro che bussare, l’ho proprio sfondato il pezzo di legno!! Purtroppo poi non mi hanno preso. Questo appuntamento con il cinema lo rimando da sempre, ma prima o poi avverrà: romperò questo soffitto di cristallo!! Per quanto riguarda invece gli aspetti più seri so , anche nella mia veste di ambasciatrice Unicef, che in quel tipo di problemi contano solo i fatti, le chiacchiere della scaramanzia stanno a zero».




