A oltre 40 anni dalla tragica notte di Bruxelles del 29 maggio 1985, le macerie dello stadio Heysel di Bruxelles che seppellirono 39 tifosi juventini tornano a far rumore e a suscitare interrogativi. Il merito è del film dal titolo inequivocabile: Heysel ‘85, coproduzione belga-tedesca-olandese, diretto dalla regista belga-rumena Teodora Ana Mihai che, contravvenendo palesemente alle indicazioni del presidente di giuria Wim Wenders, il quale ha chiesto di tenere separati cinema e politica da questa edizione, dice la sua su quella assurda finale insanguinata tra Juventus e Liverpool, sottolineando come il film non sia certo un biopic ma proprio «un’opera politica».
L’Italia è sullo sfondo - e non è nemmeno il primo casso in questa Berlinale 2026 - in cui i big del BelPaese non ci sono, ma idee, storie e anche più di qualche volto italiano invece sì. C’è la Juventus, incolpevole protagonista e vincitrice di quella tragica Coppa dei Campioni. C’è il giornalista italiano Luca Rossi (interpretato dall’attore belga, italiano di quarta generazione Matteo Simoni) che era stato inviato a raccontare la partita. C’è il bravo attore italiano Paolo Calabresi che interpreta il ruolo di Gianni De Michelis, esponente del Governo Craxi presente allo stadio quella sera.
«Per me Heysel 85 è un film molto contemporaneo visti i problemi che tocca» ha ribadito la regista. «È un film politico che racconta il divario tra istituzioni e cittadini e l’importanza della responsabilità personale anche nelle piccole cose».
Paolo Calabresi, da parte sua, ha ricordato il ruolo pilatesco dell’allora sindaco di Bruxelles. «Era completamente ubriaco, se ne lavò completamente le mani. Nel film lo interpreta Josse De Pauw, grande attore teatrale fiammingo. Il ministro italiano che interpreto io, invece, così come la dirigenza juventina, non avrebbe voluto che si giocasse quella partita». Le responsabilità ricaddero sui tifosi del Liverpool ma il senso del film, secondo Calabresi, va oltre. «Fu un evento complesso, con responsabilità multiple, che proponiamo allo spettatore con rigore e sobrietà piuttosto che con facili retoriche».




