Deve essere stato duro per la sinistra intellettuale e mediatica passare da un Festival di Sanremo fortemente orientato sul woke, progressista, quale era quello a firma Amadeus, ad un Sanremo che vuole essere solo e semplicemente, come è sempre stato in passato, una vetrina per la musica leggera e un momento di spensieratezza per tanti italiani. Un rito nazionale, non un surrogato delle vecchie Feste dell’Unità. E ancor più duro deve essere stato vedere confermati, e anzi migliorati, l’anno scorso gli indici di ascolto e gradimento.
La parola d’ordine sembra perciò essere diventata, quest’anno, già da prima che le luci dell’Ariston si illuminassero, quella di buttarla in politica, avvalorando la tesi che Carlo Conti sia non il libero e indipendente direttore artistico (e presentatore) della kermesse che è ma il rappresentante di un’avanguardia meloniana pronta a conquistare le “casematte” del potere culturale. Il coinvolgimento da parte di Conti di un comico come Andrea Pucci, che ha preso sul serio la vocazione di far ridere senza intellettualismi e senza strizzare l’occhio a sinistra, era sembrata a lor signori la conferma di questo teorema. Tanto che la vera “macchina del fango”, quella che esercita il progressismo sui social, si è subito messa in moto.
Sanremo 2026, gli ascolti della prima serata. Conti contro Conti, chi ha vinto
Dopo il verdetto dei critici, ecco quello dei telespettatori: la prima serata del Festival di Sanremo 2026 ha totalizzat...Ma è durato poco: capita l’antifona, Pucci ha tolto il disturbo ed ha, nello stesso momento, spuntato le armi ai suoi detrattori. Veri e propri attacchi concentrici al povero Conti si sono poi intensificati alla vigilia dell’apertura, sempre con l’intento di buttarla in politica provando a mettere ko, per questa via traversa, l’odiato governo Meloni. Non è mancato chi ha ricondotto la scelta come co-conduttrice di Laura Pausini, forse la cantante italiana più conosciuta nel mondo, al suo rifiuto, anni addietro, di cantare “Bella Ciao” perché, aveva giustamente fatto presente, è una “canzone divisiva” e che comunque era fuori contesto in un suo concerto. Né è mancato il tentativo di avvalorare una presenza del presidente del Consiglio all’Ariston, quasi a suggello del teorema di fondo, che in verità non è mai stata messa in programma e che Giorgia Meloni ha avuto buon gioco a smontare parlando di un “FantaSanremo”.
Molto bravo è stato lo stesso Conti a scansare poi, in conferenza stampa, alcune fra le domande più insidiose. A chi gli chiedeva se il suo sarebbe stato un festival democristiano (che per i progressisti non è certo un complimento), il presentatore ha ribattuto che il suo festival è sì cristiano e democratico ma semplicemente perché la sua fede è cristiana e perché Sanremo sarà “democratico perché è di tutti, aperto a tutti”. Ed ecco: il punto è proprio questo. È vero, quella di Conti è davvero una “normalizzazione”, ma nel senso che il centro ridiventa sotto la sua direzione la musica e lo spettacolo, canzoni che non vogliono educare e mandare messaggi ma riflettere semplicemente, come è sempre stato, la complessità della società e dell’identità nazionali. Un festival quindi che non esclude e stigmatizza, casomai in nome di una falsa “inclusività”, ma tiene conto del variegato pluralismo che fa viva la nostra società.
Sanremo 2026, per chi scatta la prima ovazione: il verdetto del popolo dell'Ariston
È successa la qualunque nella serata inaugurale del Festival di Sanremo numero 76, una specie di percorso a ostac...Non vuole parlare ai pochi, o comunque ai sedicenti e autoproclamatasi “migliori”, ma tendenzialmente a tutti, all’intero corpo della nazione. Un festival sicuramente non di sinistra, ma nemmeno di destra. O anche sì, ma della destra che sogniamo: non quella che oppone alla vecchia “egemonia culturale” di sinistra una ideologia egemonica opposta e contraria, ma quella che apre spazi e crea opportunità nuove e per tutti in un ambiente asfittico e conformista come è stato per troppo tempo quello della cultura italiana, “alta” o “bassa” poco importa. Tenendo anche sempre presente che autonomia e indipendenza dalla politica, e da ogni potere, sono e dovrebbero sempre essere le cifre della cultura e dell’intrattenimento. Il fatto che Meloni non vada a Sanremo ha perciò un valore simbolico molto alto. E parla molto più di ogni sua ipotizzata presenza.




