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Qatar 2022, gli iraniani fanno la rivoluzione: quel silenzio ingigantito dalla tv

Renato Farina
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Alle 14 ora italiana si celebra una partita di calcio che attira lo sguardo del mondo intero. In Qatar si affrontano - in Qatar? In ogni pertugio della galassia - Inghilterra e Iran. Non sono soltanto gli appassionati. C'è una strana calamita che cattura chi non ha alcun interesse a questo sport, e forse nemmeno allo sport in generale, ma si resta ammaliati. È il Mondiale, che chissà perché chiamiamo ancora Mundial, come in Spagna nel 1982. Si guarda anche per sentirsi in (illusoria) comunione con l'intera famiglia umana, come capitava agli italiani con Mike Bongiorno a Lascia o raddoppia: sapere che tutti stiamo guardando dalla Terra del fuoco a Concorezzo le stesse immagini, le stesse sofferenze e trionfi, ci fa sentire meno soli. Ed ecco la liturgia prevede gli inni. Prima l'Inghilterra.

 

 

 

Metà stadio, quello occupato dai sudditi di re Carlo III, accompagna il God Save the King facendo tremare le strutture, come solo i tifosi di football britannici sono capaci. Tocca all'inno iraniano. I giocatori con la maglia rossa non aprono bocca. Un non-inno che vale cento contro-inni. Il senso è chiaro: manifestano all'estero, sul palcoscenico planetario, l'amore alla propria gente vessata dal regime degli ayatollah, è un sì alle manifestazioni che stanno riempiendo le strade, ma anche le carceri, e - si teme - le piazze per l'impiccagione. A Teheran la tivù è stata oscurata. Ma i ragazzi non sono mica scemi, sanno captare, sono più bravi dei loro aguzzini. Sanno cosa sta accadendo. Lo stadio si divide. Molti tra chi ha occupato i posti riservati ai sostenitori della squadra persiana alzano il dito medio. Altri si commuovono e alzano il pollice. Buu-buu di disprezzo e di scandalo sommergono il campo, vanno oltre, inondano l'etere che circumnaviga la Terra. Inermi, fortissimi questi undici non reagiscono: infierite pure su di noi, ma ora il mondo sa. Orgoglio della nazione calpestata da chi ne regge il vessillo in nome di un Dio su misura della loro cattiveria. Quegli undici - se permettete - sono orgoglio di tutti noi. Noi siamo loro. Ha svegliato le autorità europee. Che hanno rotto le relazioni del Parlamento europeo con Teheran.

 

PUBBLICO DIVISO
Il gesto di non cantare l'inno ha avuto - a dire il vero un effetto molto divisivo per i tifosi iraniani: alcuni hanno cominciato con i "buuuu" quando si sono accorti che i giocatori rimanevano muti. In tanti hanno mostrato il dito medio verso il campo, altri il pollice verso, qualcuno in su. Alcuni fischiavano non i calciatori ma il regime. Sono stato inquadrate donne in lacrime, è apparso anche qualche striscione inneggiante alla libertà femminile. Ma l'idea è stata di undici contro un potere oscuro per una volta disarmato dalla bellezza di un gesto. È incredibile il potere del silenzio. Tacere e stare immobili, con la fronte orgogliosamente alta, dritti come fusi, come sentinelle di qualcosa che tutti sanno cos' è, al punto che non c'è bisogno di gridare, alzare cartelli, spiegare in un talk show il perché, ma basta collocare il proprio corpo, per una volta docile all'anima, a custodire il fuoco-libertà che è inestirpabile e per cui si può dare la vita. Undici uomini non facendo nulla, meticolosamente niente, hanno scosso le fondamenta di una tirannide.

 

 


MOLTIPLICATORE
Ma senza il moltiplicatore di quel gesto che è il calcio non sarebbe successo nulla. Il gran teatro del mondiale ha una potenza in grado di scardinare un regime che si regge su Dio, ma il calcio è più forte di un Dio fatto così. Un Dio con la barba della guida suprema che si chiamava Khomeini e oggi Khamenei, bravi a schiacciare qualsiasi desiderio di essere felici, rinchiudendo le donne dentro un velo, costruendo atomiche per l'annientamento di Israele, ma anche del proprio popolo. La "polizia etica" pronta a schiacciare nelle scuole, per i vicoli, inseguendo nelle cantine qualsiasi delicato volto di ragazza senza velo, è apparsa per quello che è anche a Tinmbuctu: la libertà è più preziosa. Forse pure in Cina qualcosa accadrà. Un consiglio a quegli undici: non tornate a casa. Vi impiccheranno. Vi preferiamo colonne della prossima nazionale. Quella con un altro inno! 

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