C’è un luogo immateriale, custodito nella memoria collettiva, in cui siedono gli eroi che ci hanno fatto sentire, almeno per un giorno, i più forti del mondo. È il gotha dello sport italiano, un club a cui non si accede solo vincendo, ma cambiando le regole del gioco, diventando icone popolari. Anzi, familiari. Le porte di questo pantheon si sono aperte alla grazia di un ragazzo normale e straordinario di nome Jannik e cognome Sinner. A dire il vero non serviva Wimbledon per accoglierlo ma ben venga. È utile a fissare un concetto (per qualcuno) ardito: Sinner è già tra i più grandi sportivi italiani di sempre. E lo è a soli 23 anni. E rimarrebbe in questa hall of fame italiana anche se dovesse smettere di giocare oggi. Questo sia ben chiaro.
Jannik entra in una compagnia di giganti, ognuno dei quali ha saputo, a modo suo, fermare l’Italia che nel bene e nel male ha iniziato a pensare di avere un ruolo in quei successi. Il paradosso dello sportivo individuale è che la collettività se ne appropria e lui o lei devono saper convivere con questa pretesa. Ci è riuscito come nessun altro Valentino Rossi che ha saputo sfruttare i benefici del “noi” proteggendo l’”io”. I suoi 9 titoli mondiali, le sue battaglie epiche con Biaggi, Gibernau, Stoner, Lorenzo e Marquez sono solo una parte della storia. E si noti bene che loro, i rivali, sono cambiati mentre lui, Valentino, è rimasto per tutto quel tempo. L’altra parte, la più grande, è il percepito: la tribuna gialla di Misano e del Mugello, le gag irriverenti, la capacità di rendere la domenica un appuntamento "delle moto" in un Paese per cui domenica è sempre stata sinonimo di calcio. Valentino non correva solo per vincere; correva per divertire e divertirsi, creando un legame quasi personale con ogni tifoso.
In questo gotha c’è Alberto Tomba, la “Bomba”, naturalmente. Il volto dell’Italia che si sente onnipotente tra gli anni ’80 e ’90. Tomba non era solo lo sciatore che dominava lo slalom, vincendo 3 ori olimpici e 2 mondiali. Era l’italiano guascone e inarrestabile, capace di scendere in pista con una sfrontatezza che schiacciava gli avversari prima ancora del via. Le sue vittorie fermavano il Festival di Sanremo, bloccavano le fabbriche. In un’epoca pre-social, Tomba era virale. La sua rivalità con l’elegante Girardelli era la metafora di un’Italia casinara e di genio che non aveva paura di nessuno.
COERENTE
Nessun altro sportivo italiano è stato così coerente con lo spirito del suo tempo, ecco perché Tomba è comodamente sul podio di questo olimpo. Ce ne sono altri. C’è Federica Pellegrini che ha ridefinito il nuoto in Italia e, soprattutto, ha portato lo sport femminile al centro dei discorsi. La sua grandezza non risiede solo nell’incredibile longevità, nell’oro olimpico di Pechino 2008 o nei 6 titoli mondiali nei suoi 200 stile libero, ma nel portare in vasca un’intera personalità, con i lati più luminosi e più oscuri degli sportivi che praticano sport di solitudine. Pellegrini ha insegnato che si può essere campioni invincibili e persone complesse, tenendo l’Italia con il fiato sospeso per quasi due decenni.
MITOLOGICHE
Ma questo Olimpo ha radici profonde, che affondano nell’atletica, la madre di tutti gli sport. Pietro Mennea, la “Freccia del Sud”, è stato più di un atleta. Il suo record del mondo sui 200 metri, durato 17 anni, e l’oro olimpico di Mosca 1980 sono state imprese mitologiche. Mennea rappresentava il riscatto del Sud, la fame, la cultura della fatica. Era l’uomo che si allenava fino a svenire, dimostrando che il talento senza un sacrificio non basta. Un esempio morale prima ancora che sportivo. Accanto a lui, Sara Simeoni, il sorriso che volava sopra l’asticella. Il suo oro a Mosca e il record del mondo nel salto in alto (2,01 metri, un’enormità per l’epoca) furono una ventata di grazia e potenza. Sara era l’eleganza vincente, la dimostrazione che la leggerezza poteva nascondere una forza esplosiva, e ancora oggi è vista con affetto da tutti gli italiani. Non avrà la continuità di questi altri, ma l’impatto dell’oro olimpico di Marcell Jacobs è stato dirompente.
Ha dimostrato che l’impossibile era possibile, che un italiano poteva essere l’uomo più veloce del pianeta. Ha creato una scossa che ha dato energia a tutto il movimento che oggi è nel pieno dell’ascesa e sta aumentando la probabilità di generare dei Sinner dell’atletica. Altri in grado di fermare il tempo come Yuri Chechi, il “Signore degli Anelli”, la cui storia è un romanzo popolare. Dopo la rottura del tendine d’Achille che gli nega le Olimpiadi di Barcellona ’92 da favorito, sembrava finito, invece torna e vince l’oro ad Atlanta ’96. Ma la sua vera impresa è il bronzo ad Atene 2004, a 34 anni, dopo un altro grave infortunio. Chechi ha insegnato agli italiani, spesso vittimisti, che il lavoro paga sempre.
In questo club, Jannik Sinner entra con caratteristiche proprie e uniche. Non ha la sfrontatezza di Tomba o l’esuberanza di Rossi, la sua forza è la calma micidiale, la professionalità assoluta, un’umiltà che nasconde un’ambizione spietata. Jannik ha portato il tennis al pari del calcio, ma a differenza del calcio lo ha fatto da solo. E non in un secolo ma in un paio di anni.