Beato chi, il 23 aprile, è riuscito a preordinare le Adizero Adios Pro Evo 3, intuendo che i 500 euro di costo di acquisto non erano poi così tanti. E che, alla peggio, si sarebbero moltiplicati rivendendole (sul web ora se ne trova qualcuna con rincari fino al 1000%). Il 25 aprile sarebbero uscite per tutti o... per pochi: erano già introvabili, avendone prodotte solo 500. Figuriamoci poi l’indomani, il 26 aprile, giorno della maratona di Londra, quando il keniano Sabastian Sawe (un’ora, 59 minuti e 30 secondi) e l’etiope Yomif Kejelcha (1:59:41) sono andati sotto le due ore indossando proprio quelle scarpe, così come il quarto e il quinto classificato e la vincitrice e a sua volta firmataria del record mondiale nella gara femminile (2:15:41), l’etiope Tigist Assefa. Bravi ad accaparrarsi gli atleti migliori, ma anche a produrre la calzatura che li ha fatti volare. Ora non è solo la più costosa dell’intero mondo running, ma è anche la più leggera: appena 97 grammi, meno della scatola che le custodisce.
È il frutto di un percorso di cinque anni guidato da un ingegnere italiano, Patrick Nava, che ha svelato misurazioni maniacali fino al nanogrammo, uno sviluppo a stretto contatto con gli atleti e 12 test decisivi per raggiungere il risultato finale. La rivoluzione consiste nell’utilizzo del carbonio non più attraverso la classica piastra o l’esoscheletro, bensì tramite un anello che circonda l’intera scarpa, garantendo morbidezza al centro del piede, oltre che rilascio di energia. Sembra insomma essere stato raggiunto il miglior equilibrio possibile (per ora) tra rigidità ed elasticità. È ovvio che le scarpe non corrono da sole, ma è altrettanto evidente che, raggiunti simili livelli tecnologici, queste abbiano un’incidenza mostruosa ai massimi livelli (tra gli amatori della domenica, invece, l’effetto è pressoché nullo, senza offesa per i runner alla lettura).
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Una Champions da conquistare sul campo, un futuro sul mercato da prendersi per tornare la squadra temibile di un tempo. ...Dalla maratona di Roma vinta a piedi nudi nel 1960 dal mitologico Abebe Bikila, se ne è fatta di strada. Fino agli anni ’90, i brand abbozzavano tentativi di innovazione piuttosto inconsapevoli e, per certi versi, rassegnati alla purezza della corsa come disciplina non influenzabile più di tanto dalla tecnologia. Nel 1972 Bill Bowerman, co-fondatore di Nike, versava della gomma fusa in una piastra per waffle, creando una suola leggera ma con un grip eccezionale: nasceva così la Nike Moon Shoe perché le impronte ricordavano quelle degli astronauti sulla luna. Una scarpa troppo piatta per la maratona, ma che contribuì a lanciare la piccola realtà dell’Oregon. Qualche anno dopo fu Brooks, col modello Vantage, a impiegare per la prima volta l’EVA (etilene vinil acetato) al posto della gomma nell’intersuola, aprendo l’era della leggerezza.
Ma la vera rivoluzione arriva solo verso la fine degli anni ’90, con l’introduzione del carbonio da parte dell’italiana Fila. La Silva Racer – creata in onore di German Silva, due volte vincitore a New York nel ’94 e ’95 – è il primo prototipo con una placca mista in carbonio-Kevlar nell’intersuola: un elemento rigido e reattivo per evitare la dispersione di energia e favorire una transizione più efficiente dal tallone all’avampiede. Mancava però l’elemento chiave in abbinamento, ovvero una schiuma leggera ed elastica capace di valorizzare il lavoro della piastra. Esattamente ciò su cui Nike si è concentrata per anni, fino all’esordio delle ZoomX Vaporfly ai Giochi di Rio 2016. Lì i primi tre classificati della maratona maschile – tra cui il vincitore Eliud Kipchoge, con cui Nike ha poi sviluppato le Air Zoom Alphafly Next% usate nel 2019 per la prima, ma non omologata, maratona sotto le due ore (1:59:40) – indossavano in gran segreto queste scarpe non ancora in commercio. Da quel momento le hanno volute tutti. E la gara dentro la gara ha avuto ufficialmente inizio.




