Doveva essere il trionfo della trasparenza dopo il marasma che ha posto fine all’autocrazia di Sepp Blatter. Dieci anni dopo, l’epopea di Gianni Infantino alla guida della Fifa assomiglia a un kolossal sul cinismo geopolitico, dove il romanticismo dello sport è finito in panchina a scapito di profitto e logiche di Palazzo. Che sono comprensibili, si parla di aziende, finché non superano la linea della decenza, molto sottile nel mondo pallonaro ma da qualche parte ancora visibile.
Eppure, questa grandeur, la Coppa del Mondo a 48 squadre disegnata per accaparrarsi voti e vantaggi delle nazioni marginali attraverso la promessa di una storica visibilità, rischia di passare da capolavoro diplomatico assoluto di Infantino a esiziale autogol della sua presidenza per colpa dell’asse fin troppo scoperto con la Casa Bianca di Trump (che ne storpiò il nome in Johnny), culminato nel ridicolo caso Balogun: rispondendo alla telefonata di Donald e, pur sostenendo che «la giustizia Fifa ha deciso in autonomia come sempre» (davvero vuol farci credere che lui non “pesa”?), ha irritato tutti, perfino la Francia, storico alleato istituzionale. Ha commesso un passo falso inedito. L’apertura della Fifa al congelamento della squalifica del calciatore americano è talmente pretestuosa che lo stesso Blatter ha avuto l’ardire di affermare che «il calcio non deve mai diventare un terreno di gioco per il potere politico». Buongiorno. Anzi, buonanotte.
Mondiali 2026, clamoroso attacco della Uefa: "Compromessa la credibilità del Mondiale"
Tra Uefa e Fifa lo scontro è totale e la motivazione è naturalmente la sospensione della squalifica di Bal...Infantino ha trasformato la Fifa in una multinazionale, un para-stato trasversale a tutto e tutti. Dalle inchieste svizzere (archiviate nel 2023) per gli incontri segreti con il procuratore Lauber (che indagava sul Fifagate) alla recente denuncia di Michel Platini per diffamazione e traffico di influenze (Le Roi accusa Gianni, ex amico ed ex segretario alla Uefa, di aver orchestrato il fango mediatico del 2015 per farlo squalificare ed eliminarlo dalla corsa alla Fifa), l’ombra del passato non è mai svanita. Si è solo spostata. Il surreale monologo alla vigilia di Qatar 2022 («Oggi mi sento gay, oggi mi sento lavoratore migrante», per manifestare vicinanza al mondo arcobaleno e alle vittime dei cantieri, pare oltre 6mila) fino al blitz burocratico che ha blindato l’edizione 2034 in Arabia, Infantino è il manifesto dell’uno, nessuno e centomila.
Lui che nasce dirigente sportivo svizzero, con cittadinanza italiana, naturalizzato libanese e, come racconta Wikipedia, «è sposato con la libanese Leena Al Ashqar e padre di quattro figlie; parla, oltre a francese, italiano e tedesco come lingue madri, anche spagnolo, inglese, portoghese e arabo». Sarà dunque l’abbraccio sfacciato con Donald (a luglio 2025 la Fifa ha pure aperto un ufficio nella Trump Tower di New York) a trasformarsi in bacio della morte? Difficile ipotizzarlo se ci limitiamo a seguire la logica Fifa in purezza: con Infantino il bilancio dell’ente è passato da 6,42 miliardi di dollari (ciclo 2015-18) alle previsioni di 14 miliardi per il triennio 2027-30. Inaffondabile, a meno che Gianni non riesca nella follia di squalificarsi da solo...




