Il Mondiale 2026 passerà alla storia come il capolinea definitivo di una delle più grandi e martellanti illusioni della retorica calcistica contemporanea: quella secondo cui, per vincere nel calcio moderno, sia diventato indispensabile arrendersi al determinismo muscolare. Per anni, i salottieri sportivi e i soloni della geopolitica applicata al pallone ci hanno propinato lo stesso identico ritornello: il calcio europeo e mondiale è ormai una questione di centimetri, chilogrammi, leve lunghe e straripante potenza atletica.
Secondo questa bizzarra teoria, le nazionali come quella italiana, sprovviste di un massiccio contingente di calciatori di origine africana o caraibica, sarebbero condannate a un’inesorabile estinzione sportiva. Ora, i Renzo Ulivieri di turno, bramosi di stravolgere persino le leggi sulla cittadinanza pur di distribuire passaporti italiani in Africa e consentirci di tornare così a disputare una Coppa del Mondo, dovranno invece accomodarsi sul divano domenica prossima per godersi Spagna e Argentina contendersi il trofeo.
FORMAZIONI
Due nazionali "bianche" e "autoctone" che hanno stravolto le regole della sociologia progressista. La qual cosa, non era affatto scontata. A guardare i dati di partenza di questa Coppa del Mondo, i teorici del meticciato atletico a tutti i costi avevano già pronte le bozze dei loro articoli celebrativi. Il torneo ha infatti registrato un record assoluto di mobilità anagrafica: quasi il 23% dei calciatori (279 su 1248) è sceso in campo per difendere i colori di una nazione diversa da quella in cui è nato. Una vera e propria festa del passaporto facile, che sembrava spianare la strada al trionfo delle selezioni-mosaico. Ma quando la competizione è entrata nella sua fase cruciale, la narrazione si è schiantata. Emblematiche le due semifinali, con le squadre con il tasso di autoctonia più elevato e con una spiccata identità culturale hanno letteralmente ridicolizzato le corazzate costruite sul mito della pura esuberanza fisica.
Spagna-Francia è stata, in questo senso, un capolavoro di decostruzione tattica. I francesi si presentavano all’appuntamento come i favoriti d’obbligo. Quella di Didier Deschamps era una multinazionale dell’atletismo, una rosa composta per oltre il 75% da calciatori con background migratorio diretto, quasi tutti legati all’Africa subsahariana o al Maghreb. Un concentrato di potenza pura incarnato da stelle come Kylian Mbappé, Ousmane Dembélé e Michael Olise (tutti prodotti della Francafrique).
Dall’altra parte c’era la Spagna. Una squadra che, pur avendo integrato con successo le straordinarie storie di Nico Williams e Lamine Yamal (entrambi comunque nati, cresciuti e calcisticamente formati entro i confini iberici), ha mantenuto una spina dorsale rigorosamente autarchica. La Roja si è presentata con un gruppo simbiotico, cresciuto nei vivai della Liga e cresciuto a pane e controllo dello spazio. Il risultato? Un due a zero per le Furie Rosse che è sembrato una lezione di geometria applicata alla fisica. Il palleggio ipnotico, la rapidità di pensiero e l’intelligenza posizionale degli spagnoli, insomma, la loro storica identità, hanno disinnescato e frustrato i muscoli dei francesi, fortissimi ma sradicati anche nel gioco.
La storia si è ripetuta nel match tra Inghilterra e Argentina. Gli inglesi hanno schierato una formazione che è il manifesto del multiculturalismo sportivo legato al Commonwealth, con oltre la metà della rosa proveniente da famiglie di origine caraibica o africana. Stelle del calibro di Bukayo Saka e Kobbie Mainoo, la folta colonia giamaicana guidata da Jude Bellingham, sono state assemblate per aggredire gli spazi e dominare i duelli individuali grazie a una straripante forza d’urto.
A sbarrare la strada ai Tre Leoni è arrivata però l’Argentina, una delle nazionali più refrattarie alle influenze esterne dell’intero panorama mondiale. L’Albiceleste è un blocco monolitico di autarchia culturale: tutti bianchi nati sul suolo patrio, tranne Giuliano Simeone e Nico Paz, sono figli di argentini al cento per cento ma nati fuori solo perché i padri giocavano in Europa.
L’Argentina non ha naturalizzati dell’ultima ora, non ha seconde generazioni sradicate da altri contesti culturali; ha una coesione comunitaria e un’identità storica che rasenta il misticismo. In campo, questa unità d’intenti si traduce in una ferocia agonistica e in una complicità che non si possono acquistare sul mercato dei passaporti. I sudamericani hanno disinnescato l’atletismo britannico con un due a uno che ha messo a nudo tutti i limiti di una squadra ricca di singoli devastanti ma priva di una vera anima collettiva. Per gli argentini, poi, scendere in campo contro l’Inghilterra risveglia da sempre un revanscismo storico e politico profondo, che trasforma ogni partita in una questione di orgoglio nazionale. Questa motivazione viscerale, unita a una conoscenza enciclopedica del gioco, ha letteralmente surclassato la fredda efficienza atletica dei giocatori d’importazione inglese.
DONALD
Così, per la gioia anche di Donald Trump che sarà al Jersey Stadium per assistere alla finale, Spagna e Argentina sarà un epilogo tra nazionali pure e semplici. Questo Mondiale ha ristabilito le gerarchie del buonsenso: non importa se sei bianco o nero, la tecnica, l’organizzazione tattica, la coesione comunitaria, la capacità di interpretare il gioco, e soprattutto la bravura, superano ancora, e di gran lunga, qualsiasi parametro genetico, muscolare e politicamente corretto. L’identità e l’appartenenza a una storia comune valgono ancora infinitamente di più di qualunque miracolo dell’ufficio immigrazione.




