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Mondiali 2026, Messi contro Yamal: è la finale del destino

di Daniele Dell'Orcovenerdì 17 luglio 2026
Mondiali 2026, Messi contro Yamal: è la finale del destino

3' di lettura

Questa foto sarebbe iconica già così. Un ventenne Lionel Messi, con i capelli a caschetto un po’ unti, lo sguardo terrorizzato di chi teme di fare un movimento anatomicamente scorretto e le mani rigide di chi non ha la minima idea di come si tenga un essere umano di tre chili immerso in una bacinella di plastica azzurra. La potenza della foto sta tutta lì: L’uomo capace di manipolare la fisica di un pallone come nessun altro nella storia che appare così spaventosamente impacciato davanti a un neonato bagnato. Ma la cosa incredibile della diapositiva sel 2007, frutto di un servizio fotografico per un calendario promozionale sponsorizzato dal Diario Sport, dalla Fondazione Barça e dall’Unicef, non riguarda solo l’allora astro nascente del Barcellona, ma il fatto che quel neonato, estratto quasi per caso (un puro glitch statistico) tra le famiglie dei quartieri popolari coinvolte nel progetto, si chiamava Lamine Yamal.

Non sa nulla di ciò che accadrà. Non sa che diventerà il più giovane marcatore della storia degli Europei. Non sa che infrangerà record con la naturalezza distratta con cui i suoi coetanei compilano i moduli di iscrizione a scuola. Non sa che milioni di persone inizieranno a pronunciare il suo nome come si pronuncia una promessa di redenzione. Se il calcio fosse un romanzo di narrativa contemporanea, un editor avrebbe cassato questa trama all’istante, liquidandola come un pessimo esempio di realismo magico commerciale. Troppo perfetta. Troppo palesemente orchestrata. Troppo stucchevolmente simbolica. E invece è tutto vero. Messi, l’iper-esecutore supremo della sua era geologica, incrociò già all’epoca quello che oggi appare come il candidato più credibile a raccoglierne l'eredità tecnica, estetica, narrativa. E quello che domenica alle 21 gli contesterà la Coppa del Mondo.

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In rete circola una stima secondo cui la probabilità che quel neonato e quel ragazzo argentino si ritrovassero, diciannove anni dopo, al centro dello stesso identico apice narrativo sarebbe di una su 625 trilioni. Ma il numero conta poco. Le persone non condividono quella cifra perché credono nella purezza dell’algebra. La condividono perché hanno un disperato bisogno di credere nel destino. L’acqua di quella bacinella assume allora la consistenza rituale di un battesimo laico. Messi non sta lavando un bambino. Lo sta introducendo, in modo del tutto inconsapevole e goffo, in una sequenza temporale che li avrebbe uniti per sempre. È come se il calcio, stanco della sua freddezza industriale, avesse deciso per una volta di mostrarci il backstage della propria mitologia. Per quasi vent’anni il calcio è stato raccontato attraverso Messi. Le sue accelerazioni repentine, le sue finte impercettibili, i suoi dribbling che sembravano violare il principio di non-contraddizione hanno definito il modo stesso in cui immaginavamo il genio sportivo.

Oggi, mentre la sua parabola biologica si rifiuta di scivolare verso il crepuscolo, il mondo osserva ancora Yamal con la sensazione rara di assistere all’inizio di qualcosa. Qualcosa di sentimentale, reazionario e ribelle. Il calcio moderno, che si sforza di presentarsi come un gigantesco e asettico database di numeri, algoritmi ed expected goal (i cosiddetti xG, che tentano di quantificare matematicamente l’inevitabilità di un gol), continua in realtà a nutrirsi di storie. E la storia di questa foto possiede quella qualità che appartiene solo ai miti: sembra inevitabile solo dopo che è accaduta.

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