Roma, (askanews) - Sono trascorsi 40 anni dall'uccisione a Cinisi, in provincia di Palermo, di Peppino Impastato, giornalista e attivista antimafia 30enne che dalle frequenze della sua Radio Aut denunciava, scherniva e metteva a nudo un sistema fortemente imperniato sulle collusioni politico-mafiose. Anche l'Unione Cronisti ha voluto ricordare Impastato, a cui solo dopo la morte fu riconosciuta la tessera di giornalista. Il vicepresidente nazionale dell'Unci Leone Zingales si è recato sul luogo della sua uccisione, un casolare poco distante dall'aeroporto di Punta Raisi. "Un giovane che dai microfoni di una emittente privata condannava la mafia, additava boss mafiosi e politici collusi con la mafia, faceva nomi e cognomi, sbeffeggiava i boss e questo non veniva visto con benevolenza". Impastato attaccò frontalmente il sistema mafioso, retto a Cinisi dal boss Gaetano Badalamenti. Nel '78 si candidò nella lista di Democrazia Proletaria alle elezioni provinciali, ma non fece in tempo a sapere l'esito del voto. Fu ucciso la notte tra l'8 e il 9 maggio. Il suo cadavere venne disteso sui binari della ferrovia e fatto esplodere con una carica di tritolo. "Si parlò di attentato ad opera di Impastato ma la mafia aveva architettato tutto e ancora oggi ci sono complicità che non sono state individuate e la famiglia chiede che vengano trovati tutti i responsabili". Dopo un lungo iter processuale, l'11 aprile 2002 Tano Badalamenti è stato riconosciuto colpevole dell'omicidio di Peppino Impastato, e condannato all'ergastolo. Due anni prima, nel 2000, la sua storia è stata restituita alla memoria collettiva dal film di Marco Tullio Giordana "I cento passi". Titolo che si rifà alla distanza che separava la casa di Impastato da quella di Badalamenti, nel corso principale di Cinisi.



