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Silvia Salis, la rete: chi muove i fili per farne una leader

di Elisa Calessimartedì 28 aprile 2026
Silvia Salis, la rete: chi muove i fili per farne una leader

4' di lettura

Per descrivere la rete che sostiene Silvia Salis, perché non c’è dubbio che attorno alla sindaca di Genova si stia muovendo un mondo composito e sempre più numeroso, bisogna partire dal suo curriculum. Atleta olimpica, poi dirigente sportiva (è stata vicepresidente vicario del Coni, quando a guidarlo era Giovanni Malagò), quindi candidata di una coalizione larghissima che l’ha portata a riconquistare Genova col centrosinistra. Se ne parla poco, ma proprio l’esperienza al Coni è stato uno snodo nevralgico nella sua storia. È lì che Salis, a soli 35 anni, dopo aver scalato la carriera sportiva fino alle Olimpiadi, ha iniziato ad applicare al campo amministrativo quello che lo sport le aveva insegnato: determinazione, disciplina, volontà, obiettivi.

Come lei stessa spiega nella biografia pubblicata nel suo sito, da vicepresidente del Coni ha imparato a gestire «una complessa macchina amministrativa, confrontandomi con politica, Terzo settore e realtà territoriali». E lo ha fatto, è ancora Salis a parlare, «in un ambiente spesso dominato dagli uomini», dove «mi sono fatta strada con competenza e carattere, senza mai rinunciare ai miei valori». Se si dovesse partire, dunque, dai personaggi importanti che scommettono su di lei, il primo della lista è senz’altro Malagò, peraltro un nome a cui il centrosinistra spesso ha pensato per ruoli politici di vario tipo (ottenendo, finora, sempre dei rifiuti). Poi, naturalmente, c’è il mondo del cinema e dello spettacolo, portato in dote dal marito, il regista Fausto Brizzi (che cura anche la sua immagine sui social).

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IL SOGNO NAZIONALE
Poi, naturalmente, c’è la politica. Uno dei primi a intuirne capacità e potenzialità è stato, senza dubbio, Matteo Renzi. Anche se, ultimamente, i rapporti tra lui e la sindaca si sono un po’ raffreddati. Il leader di Italia Viva vorrebbe che Salis si candidasse alle primarie del centrosinistra, rappresentando e riunendo la galassia dei riformisti. Il risultato sarebbe assicurato: farebbe un’ottima performance e potrebbe persino rischiare di vincere. Lei, però, non ne vuole sapere. Sia pubblicamente, sia privatamente continua a rifiutare ogni proposta. Non perché voglia restare a Genova per sempre. Certo, per adesso sì, fino a che il mandato di sindaca non si conclude. Ma è evidente - e ormai nemmeno lei lo nega che la sua prospettiva è nazionale.

Semplicemente pensa che la sua leadership non si costruirà con le primarie. Non perché tema la competizione (sarebbe impensabile per chi ha passato una vita a gareggiare), ma perché non vuole giocare da capitano di una piccola squadra. Certo che vuole giocarsela (nel 2023 ha depositato il nome e il logo “Futuro democratico” che poi ha registrato nel luglio 2024), ma da leader di tutto il centrosinistra, non di una piccola parte. La gara che Salis ha in mente - e per cui si sta allenando - è con Giorgia Meloni, non con Elly Schlein o Giuseppe Conte. E può accadere in due modi (e due tempi): se glielo chiedono tutti, al posto delle primarie, oppure dopo il voto, se l’attuale leadership viene sconfitta (al voto o successivamente).

Silvia Salis ha dalla sua il tempo. Più di Schlein e di Conte. Tornando alla rete, un’altra sua grande sostenitrice (anzi è quella che l’ha scoperta e indicata al centrosinistra) è Roberta Pinotti, ex ministro della Difesa, ex parlamentare dem. Ma sua amica è anche Raffaella Paita, di Italia Viva, anche lei genovese. Poi c’è il mondo degli imprenditori che la guarda con crescente attenzione e con cui, in questi anni da sindaca, ha stretto rapporti sempre più stretti. Piace, al mondo dell’impresa, il suo pragmatismo, la sua modernità, l’essere post-ideologica, determinata a raggiungere risultati, la sua apertura al turismo, all’iniziativa privata, al mobilitare le energie di tanti mondi, anche non di sinistra, attorno a un obiettivo.

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Nel Pd ha legami con la parte riformista: Stefano Bonaccini, Giorgio Gori, Dario Nardella. Ma il suo consenso va ben oltre la classe dirigente del Pd.
A questo, del resto, punta la gestione attentissima che Marco Agnoletti, già spin doctor di Matteo Renzi, ma regista anche delle vittorie di Bonaccini in Emilia-Romagna e di Giani in Toscana, fa della sua immagine. Interviste, disco in piazza, maratona in città, foto e post, ospitate in tv, tutto si muove su due livelli: da un lato rafforzare il suo profilo, quello cioè di leader moderna, pop, brillante, che sa di essere bella e non lo nasconde, madre, ma in carriera, sportiva, ma istituzionale, dall’altro puntare su un messaggio politico, invece, all’insegna della coalizione e dell’unità. Non è un caso che in ogni sua dichiarazione parla di centrosinistra, più che di Pd. E del resto Salis nasce come una leader civica, scelta proprio perché non era iscritta a nessun partito della coalizione. Chi meglio di lei, allora (è il sottinteso) per fare il candidato di tutto il centrosinistra?

Cool e unitaria, raffinata e casual. Corre e balla. Sfila con l’Anpi e balla la techno. È quello che la sinistra vorrebbe, ma non è. La sua ascesa ricorda molto Renzi. Ma con molte differenze. Per esempio- diversamente da quanto accadde fin da subito all’ex sindaco di Firenze - nessuno, per ora, rimprovera a Salis di non essere abbastanza di sinistra. L’altra differenza da Renzi, velocissimo a bruciare ogni tappa, è che Salis non ha fretta. Il tempo, lo sa, è dalla sua.

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