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Complimenti per la trasmissione

Se il film su Montanelli è essenziale ai giovani

Su Sky Arte il documentario su Indro

Francesco Specchia

Francesco Specchia

Francesco Specchia, fiorentino di nascita, veronese d’adozione, ha una laurea in legge, una specializzazione in comunicazioni di massa e una antropologia criminale (ma non gli sono servite a nulla); a Libero si occupa prevalentemente di politica, tv e mass media. Si vanta di aver lavorato, tra gli altri, per Indro Montanelli alla Voce e per Albino Longhi all’Arena di Verona. Collabora con il TgCom e Radio Monte Carlo, ha scritto e condotto programmi televisivi, tra cui i talk show politici "Iceberg", "Alias" con Franco Debenedetti e "Versus", primo esperimento di talk show interattivo con i social network. Vive una perenne e macerante schizofrenia: ha lavorato per la satira e scritto vari saggi tra cui "Diario inedito del Grande Fratello" (Gremese) e "Gli Inaffondabili" (Marsilio), "Giulio Andreotti-Parola di Giulio" (Aliberti), ed è direttore della collana Mediamursia. Tifa Fiorentina, e non è mai riuscito ad entrare in una lobby, che fosse una...
Herlitzka-Montanelli

Indro, l'uomo che scrivava sull'acqua

«Io forse rimarrò nel ricordo dei miei lettori, non certamente dei loro figli. So di aver scritto sull’acqua...».

È una gradevole, spudorata menzogna quella che il regista Samuele Rossi fa dire a Roberto Herlitzka nei panni di Montanelli da vecchio, nel docu-film Indro. L’uomo che scriveva sull’acqua (in onda su Sky Arte con il contributo del Mibact il 22 luglio 2001, anniversario della morte del gigante). Montanelli è vivo. Ed è ancora l’idea del  giornalista che avremmo voluto essere, un memento etico imprescindibile, quando l’abisso -italiano- di questo mestiere cerca d’ingoiarti. Mio figlio per dire, cinque anni, si chiama Gregorio Indro e, quando sarà, gli spiegherò -come si ricorda nel film- che «le ragioni per alla fonte battesimale mi fu impartito questo nome sono assai complesse» nella Toscana del primo ’900. Spiegherò al piccolo Indro che un film su Montanelli è un esercizio acrobatico, il rischio d’impantanarti nella retorica. Sicchè ecco il perchè della scelta di due soli attori: Herlitzka appunto, l’Aldo Moro di Buongiorno Notte, David di Donatello: bravissimo ma troppo basso e minuto per evocare il fenicottero dagli occhi blu. E Roberto Diele che, in dolcevita e giacca beige, ricorda il suo periodo fascista, i sogni, la moglie abissina 12enne «comprata per 500 lire con un fucile e un cavallo». Ma il Montanelli giovine richiama anche i suoi reportage dalla Spagna; e dalla Helsinki invasa dall’Armata Rossa col Duce che chiede al direttore del Corriere della sera Borrelli di togliergli dalle scatole quel cronista (e Borrelli: «Volentieri eccellenza, ma con Montanelli il Corriere è passato da 400mila a 800mila copie, quelle che ballano le rimborasate voi?»); e dalla Budapest invasa dalla sua guerra fra comunisti, che costò ad Indro l’ennesima scomunica da destra e da sinistra.   Sembra quasi che    la grazia del giornalismo  cali e   tocchi, sacralmente il più ateo di tutti, « e lui non aveva fatto nulla per contrastarla», sussurra Tiziana Abate, la biografa più amata.

Accanto alle vere testimoninaze dei «montanelliani» (l’ex ultimo  direttore Ferruccio De Bortoli, Abate e Marco Travaglio su tutti) il regista Rossi ha sbrigliato la cinepresa su un palco buio, ornato  da giornali e scrivanie di redazione: un antro che pare inghiottire la figura del vecchio cronista in impermabile e cappello. E, proprio lì, fa scontrare l’Indro maturo col sè stesso da giovane. L’aria è d’asciutta commozione. I pensieri impressi sui martelletti della Lettera 22 recitano il copione dei suoi pezzi, a cominciare dai due editoriali a cui io sono più affezionato: La stecca nel coro, primo editoriale del Giornale, anno ’74,  dopo la cacciata dal Corriere con depressione annessa; e Dove eravamo rimasti?, primo pezzo sulla Voce, l’ultimo quotidiano chiuso anzitempo nel ’95. Intendiamoci, non v’è nulla di inedito nel film Sky.

Ma in questi 75 minuti scorre il sottofondo agrodolce della storia di una nazione punteggiata -ricorda De Bortoli- dagli assoli di  «un grande italiano orgoglioso di eserlo ma preoccupato di non farlo intendere». E poi tanto altro. La gambizzazione delle BR -con l’intervista al lo sparatore Bonisoli, cui Indro stringerà la mano-. Gli «amori incompiuti» con Colette, la moglie, «che invecchia gentilmente: è un amore così grande che possiamo camparci una vita». La discesa in campo di Berlusconi e la nascita della Voce col tentativo di  intercettare il lettore di una destra nobile, antiberlusconiana e ottocentesca, quasi inesistente in natura. Il ritorno al Corriere, chiuso nella Stanza dei ricordi e dei commenti dei lettori.  Felice è, in questo documentario, la scelta di far parlare anche due giovani che «non c’erano»: Paolo Di Paolo e Salvatore Merlo, biografi più che di un collega, dell’idea leggendaria di un mestiere.   Sono uno dei pochi della mia generazione che ancora ricorda -anche se solo da ragazzotto di bottega- da vicino gli occhi azzurri sgranati, il passo da fenicottero, e l'approccio caustico del Vecchio Cilindro per chiunque gli s’avvicinasse. E,  naturalmente, «l’insolente capacità di scrittura» (gli ripeteva Emilio Cecchi) , il completo vassallaggio verso il lettore, e alla ricerca della verità che dovrebbe scuotere qualsiasi cronista. Odio ripeterlo. Fate leggere Montanelli ai vostri figli.  Al mio spigherò che i modelli sono la nostra migliore eredità..

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