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"Che idea... ho inventato la musica trance, ma non so cosa sia"

Il suo brano "Ma quale idea" ha venduto più di due milioni e mezzo di dischi e l’ha reso famoso. "Ma mi sono sempre vergognato di essere un cantante"

22 Agosto 2011

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"Che idea... ho inventato la musica trance, ma non so cosa sia"
Pino D’Angiò ti guardava con aria strafottente, ammiccava da sbruffone e poi - sigaretta rigorosamente accesa - cantava. “L’ho beccata in discoteca con lo sguardo da serpente/Io mi sono avvicinato, lei già non capiva niente/L’ho guardata, m’ha guardato e mi sono scatenato/Fred Astaire al mio confronto era statico e imbranato/Le ho sparato un bacio in bocca, uno di quelli che schiocca”. Già, “Ma quale idea”, brano tormentone del 1981 che ha venduto più di 2 milioni e mezzo di copie. Irresistibile, successo impossibile da ripetere. Pino poi ha scritto canzoni per altri e ha fatto il presentatore. Adesso ha 59 anni e sta preparando una trasmissione tv.



Pino D’Angiò, che  fa in scooter?
«Salga, la porto a casa mia. Abito a Conca dei Marini, 5 km da Amalfi. La strada nel finale è allucinante, non si spaventi».
Urca, salita ripidissima, curve a gomito e strapiombi. Ma ne valeva la pena, vive in un posto meraviglioso.
«Guardi, quella villa era di Nureyev. Quella laggiù è di De Crescenzo. Sto qui da 25 anni,  ci sono notti in cui le stelle ti pigliano a schiaffi».
E allora perché quello sguardo perplesso?
«Mio figlio Francesco ha 19 anni e si è trasferito a Roma per studiare. Ho voglia di cambiare, di andarmene via, avvicinarmi a lui. Anche perché ora che non lavoro più, qui rischio di annoiarmi».
In che senso non lavora?
«Sente la mia voce? È bassissima. Due anni fa mi hanno diagnosticato un cancro alla gola e sono stato operato  quattro volte. Non posso più cantare, condurre e fare radio. Le mie tre attività principali».
Come ha reagito?
«Quella che sto vivendo è un’esperienza terribilmente affascinante. Non scherzo. Ti scatta un meccanismo strano in testa che di fronte a ogni situazione ti fa dire “Ce la faccio lo stesso”».
La malattia l’ha cambiata?
«No, non creda a chi dice che quando ti salvi da un tumore vedi la vita con altri occhi. Resta tutto come prima. Io c’ero già passato. Nel 2005 mi avevano dato sei mesi di vita. Sarcoma. Sa che ho fatto?».
Cosa?
«Mi sono organizzato la morte a tavolino, decidendo cosa comprare e vendere. Dopo tre mesi mi hanno fatto una Tac, guarito. I medici sembravano delusi, mi guardavano come per dire: “Come ti permetti di uscire da una statistica?”».
Pino, perdoni la domanda un po’ diretta. Sì, insomma. È già alla terza sigaretta.
«So che dovrei smettere di fumare, ma la paura di ammalarmi di nuovo è meno potente del bisogno di nicotina».
La sua immagine, da sempre, è stata quella del cantante che si esibiva con la sigaretta accesa. Ed ora la malattia...
«Me la sono andata a cercare. Ma sa come è nata l’idea di fumare sul palco?».
No, ma non ci tolga la sorpresa. La raccontiamo dopo. Restiamo al presente: che fa ora Pino D’Angiò?
«Come artista sono ufficialmente deceduto. Ho appena finito di registrare un programma tv, l’avevo interrotto per curarmi. Sono undici puntate, è una presa in giro della televisione. Poi farò a tempo pieno l’autore».
Le manca la musica? Perché ride?
«Mi sono sempre vergognato di essere un cantante, è un mestiere senza dignità che può fare chiunque. Basta comprare un karaoke e allenarsi. Io parlo quattro lingue, sono laureato in medicina, scrivo bene: non sono un cantante!!!!».
Beh, però ha fatto fortuna con una canzone.
«Vero, ma non ho mai voluto essere un artista. Mi è capitato. Ho trovato chi mi pagava per fare quello che avevo sempre fatto gratis tra amici. Meraviglioso».
Pino, torniamo indietro al baby D’Angiò.
«Nasco a Pompei il 14 agosto 1952. Papà Francesco è ingegnere, mamma Franca Romana insegnante. E il piccolo Giuseppe Chierchia è una peste».
Chi è?
«Io! Questo è il mio vero cognome. D’Angiò è il nome d’arte scelto perché più facile da ricordare».
Infanzia spensierata?
«Meravigliosamente instabile. Papà va a lavorare negli Usa per due anni e noi lo seguiamo, così a 8 anni mi ritrovo a scuola senza sapere bene la lingua. Nel viaggio di ritorno resto affascinato dalla nave e mi viene la fissazione del mare. Risultato: a 16 anni saluto e vado a Venezia, Scuola Militare della Marina».
Uniforme e vita da caserma. Chi l’avrebbe mai pensato...
«Ehehehe. Dopo un anno vengo espulso per poca attitudine militare. Troppo ribelle. Esco dalla caserma, mi tolgo la divisa ed è come essermi tolto la peste».
Felice?
«Felicissimo, ma addolorato per papà che resta deluso».
E la scuola?
«Liceo e poi decido di iscrivermi a medicina. A Firenze c’è il numero chiuso e vengo rimbalzato. Chiedo: “Quale è la Facoltà più vicina?”. Siena. Mi trasferisco là».
E si laurea. O no?
«Sì, ma...».
...ma?
«Lo farò più avanti, dopo aver conosciuto tutti i primari d’Italia grazie alle partite di beneficenza della Nazionale Cantanti. Rubacchiando negli ultimi esami».
Buona questa. Quando, invece, il primo contatto con il mondo dello spettacolo?
«Per guadagnare, mentre studio, mi esibisco nei locali. Cabaret, faccio lo scemo. Una sera un tizio mi blocca: “Venga a trovarmi a Milano”. Rinuncio, troppo lontano».
E poi?
«Quando, nel 1979, me ne vado da Siena passo da lui per curiosità. È Ezio Leoni, produttore. “Ha canzoni sue?”, mi domanda. “Tutte sono mie”. Le ascolta e sceglie È libero, scusi?, che diventa il mio 45 giri d’esordio. Uno dei più grandi insuccessi della musica italiana. Dischi venduti: 3000».
Vero flop.
«Dopo sei mesi, però, mi richiama Leoni: “Facciamo un altro 45 giri”. Io penso siano tutti matti. Accetto e nasce Ma quale idea».
Quando la scrive? E dove?
«Monolocale a Milano, pomeriggio, mentre aspetto la fidanzata butto giù musica e testo ispirandomi a “Ringo” di Celentano, che ha il ritmo da filastrocca. Ne esce la storia di uno sbruffone da discoteca,  che racconta di una presunta conquista. Un eroe perdente».
“Ma quale idea” venderà più di due milioni e mezzo di copie.
«I discografici, all’inizio, non ci credono. Dicono: “Carina, ma è una cosa da cabaret”».
Quando, invece, fa il botto?
«Mostra Internazionale di Musica Leggera a Venezia, 1980».
Già, quando la si vede cantare per la prima volta con la sigaretta in bocca. Ora è il momento di raccontare del fumo.
«Siamo in diretta tv e prima di me, in scaletta, c’è Alan Sorrenti. Io sono dietro le quinte e aspetto il mio turno fumando. Sorrenti però non si presenta, non lo si trova, panico. Il direttore di scena mi prende per il braccio - “Vai, vai tu” - e mi butta sul palco così come sono. Senza giacca e con la sigaretta accesa».
Funziona. Lei strafottente che canta quasi per fare un piacere al pubblico.
«È un’immagine nuova, mi rende facilmente ricordabile».
Ed è l’inizio del boom.
«Arrivo al primo posto delle classifiche di  Italia, Francia, Spagna. Vengo travolto dal successo, ma continuando a vivere tutto  come un gioco».
Quanto ha guadagnato con “Ma quale idea”?
«In totale circa tre milioni di euro. Ogni anno, di diritti, ora prendo tra i 15 e 20 mila euro».
Pino, dopo quel successo lei partecipa al Festivalbar del 1981 con “Un concerto da strapazzo” e vince la Gondola d’Argento con “Fammi un panino” («Un giro di Do buttato giù a caso perché avevamo a disposizione ancora per un giorno la sala d’incisione!!!»). Di lei, però, si ricorda soprattutto il Sanremo 1989. E uno svenimento in diretta tv.
«Un falso».
Come? Cosa intende?
«Aragozzini mi invita al Festival, ma dico no. Il mio produttore me lo chiede come favore personale, dice che canterò tra gli emergenti, che sicuramente andrò avanti e sarà un bella pubblicità».
Accetta.
«Controvoglia. Due ore prima dell’esibizione però capisco che rischio di essere subito eliminato e che per me, già famoso, sarà solo una pubblicità negativa. Minaccio di ritirarmi, rispondono che non si può. Allora...».
Che fa?
«Chiamo mamma: “Qualsiasi cosa vedrai in tv ricordati che non è vera”. Salgo sul palco, aspetto che il coro finisca e pum, fingo uno svenimento buttandomi in avanti e spostando con la mano il microfono per non farmi male».
E Aragozzini?
«Il giorno dopo viene a trovarmi in albergo. Ha capito tutto e da furbo si porta fotografi e giornalisti. “Pino, stai meglio?”. E fa pubblicare il servizio».
D’Angiò, musica ma anche calcio. Lei è tra i fondatori, con Morandi e Mogol, della Nazionale Cantanti.
«Due grandi amici. Morandi ha scritto una frase che io considero tra le 20 più belle di sempre. “Se eliminassimo il sesso dalla nostra vita, eviteremmo l’80 per cento dei nostri guai”. Straordinaria».
Mogol?
«Un poeta, un genio, ma anche uno dei più grandi imprenditori. Ha creato la nazionale cantanti capendo prima di tutti dove saremmo potuti arrivare. E abbiamo raccolto 52 milioni di euro».
A proposito di geni della musica, lei ha scritto una canzone per Mina: “Ma chi è quello lì”.
«Era per me, ma non mi convinceva e l’ho scartata. Quando mi ha telefonato per chiedermi se avevo un brano spiritoso da darle, gliel’ho proposta. E le è piaciuta».
Pino, lei è l’unico artista europeo e bianco presente nel “World Tribute to the Funck”, enciclopedia universale della funky music, e ha vinto un’infinità di premi. La soddisfazione maggiore?
«Quando ho visto Monica Vitti interpretare “Ma chi è quello lì” di Mina».
Scusi, e ora che fa?
«Mi segua, le svelo un segreto. Sono l’inventore della musica tecno trance, ma non so cosa sia».
Cioè?
«Nel 2001, in Belgio, un amico mi mette un paio di cuffie, mi fa ascoltare una cosa orrenda - una specie di jingle assurdo - e mi chiede di fargli un testo. Prendo un microfono, ripeto cose a vanvera tipo “come on”, e aggiungo suoni per riempire. Dopo qualche mese l’amico mi spedisce un cd con la canzone “The age of love”, scritta da me. Eccolo, vede?».
E quindi?
«Beh, ha venduto 4 milioni di copie ed è il brano di riferimento per chi ascolta questa musica: è presente in 400 compilation. Ho inventato qualcosa e non so cosa!».
Ultime domande veloci. 1) Musica preferita?
«Pink Floyd».
2) Una canzone che le sarebbe piaciuto comporre?
«Imagine  di John Lennon».
3) Rapporto con la religione?
«So di non essere religioso e me ne pento».
4) Paura della morte?
«No e lo dico con allegria».
5) Pino D’Angiò ha un sogno?
«Mi piacerebbe riparlare con mio padre. Che non c’è più».



C’è qualche personaggio sparito che vi piacerebbe riscoprire?

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Alessandro Dell'Orto

Alessandro Dell'Orto

Alessandro Dell’Orto nasce a Crema (Cremona) il 5 dicembre 1968, ma è bergamasco di Verdello. Inizia a scrivere a Cremona (Mondo Padano), poi a Bergamo Oggi si specializza in sport e soprattutto calcio, seguendo per cinque stagioni, tutti i giorni, le vicende dell’Atalanta. Professionista dal 1996, lavora alla Gazzetta di Parma e poi è tra i fondatori de il Nuovo Giornale di Bergamo, dove fa il capo servizio dello sport. Nel 1999 sta per pochi mesi al bisettimanale Gazzetta di Lecco, poi va ad Avvenire per gli Europei del 2000 finché ad agosto 2000 viene assunto a tempo indeterminato a Libero, dove sei mesi dopo diventa capo servizio dello sport. Dal 2006 è inviato. Per Libero ha realizzato 100 interviste ritratto di calciatori spariti e negli ultimi 4 anni cura la rubrica Soggetti Smarriti.

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